Africa centrale 1899: la missione Voulet-Chanoine nel cuore di tenebra, intervista a Chantal Ahounou.

 
Nel 1884-1885, alla conferenza di Berlino, quattordici potenze rispondono alla chiamata del cancelliere tedesco Otto von Bismarck, per decidere come dividersi l’Africa Settentrionale. Sette di loro erano destinate a divenirne i proprietari effettivi in un futuro prossimo.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, solo gli imperi di Etiopia e la Liberia conservano la loro indipendenza, anche se grandi porzioni della Libia , del Sudan e della Mauritania rimangono autonome. L’impero coloniale francese è a quel tempo il secondo al mondo ed il primo in Africa. Occuperà, al suo culmine nel periodo tra le due guerre, circa il dieci per cento delle terre emerse del globo e conterrà più del cinque per cento della popolazione mondiale, madrepatria compresa.

Nel 1898 si svolgono contemporaneamente due eventi di grande rilievo, che riguardano l’onore dell’esercito francese o il destino del suo impero coloniale. A gennaio Émile Zola pubblica Io accuso nel giornale L’Aurore, dando una nuova dimensione al caso Dreyfus. L’opinione pubblica è divisa tra la difesa incondizionata di un innocente e la scelta militare per quanto autoritaria. A settembre il corpo di spedizione inglese di Lord Kitchener arriva davanti Fachoda.

Questa postazione avanzata del Sudan é occupata dal distaccamento del comandante Marchand. I due ufficiali si rimettono alle loro due rispettive diplomazie . Davanti all’inflessibilità di Lord Salisbury ed all’isolamento diplomatico della Francia, Paul Delcassé è costretto ad ordinare un ripiegamento delle truppe francesi. La decisione diventa effettiva all’inizio di dicembre. Per l’Impero coloniale francese crolla il sogno di una traversata dell’Africa da Est ad Ovest. Quello di una traversata dal Cairo sino a Città del Capo rinasce per l’impero britannico. Questa è la posta in gioco di un evento che ha quasi causato una guerra europea.

In questo clima di competizione coloniale, nel luglio 1898, il ministro delle colonie Lebon decide di predisporre la missione in Africa Centrale, che sarebbe partita dal Niger. La missione avrebbe dovuto conquistare il Ciad dopo essersi unita alla missione Foureau-Lamy partita dall’Algeria , e alla missione Gentil partita dal Medio Congo. L’obiettivo è di unire l’Africa Occidentale francese alle colonie della futura Africa Equatoriale.

La spedizione Voulet-Chanoine, composta da 50 tiratori, 20 Spahi, 200 tiratori ausiliari e 700 portantini, è guidata da 8 ufficiali e sotto ufficiali bianchi. Si mette in marcia nel gennaio 1899. Fà mostra di una brutalità inaudita che culmina a maggio con la distruzione di una città di 8.000 abitanti, Birni N’Konni, nell’attuale Niger. Le voci sull’uso indiscriminato della violenza arrivano sino al ministero.

Una seconda spedizione, capitanata dal tenente-colonnello Klobb, è mandata alla ricerca della colonna infernale. Dopo mesi di càccia, alla luce di scoperte sempre più macabre, il tenete colonnello Klobb pensa che sia giusto mandare a Voulet e Chanoine l’annuncio della loro destituzione. Appresa così’ la notizia, il capitano Voulet dà ordine di aprire il fuoco quando le due colonne si incontrano a Dakori il 14 luglio 1899. Il tenente-colonnello Klobb viene ucciso ed il suo aggiunto Meynier é ferito. Secondo la versione ufficiale, Chanoine e Voulet scompaiono a loro volta, uccisi dalle loro truppe, rispettivamente il 16 ed il 17 luglio, e sepolti in quel luogo. Nel 1923, tuttavia, Robert Delavignette, un giovane amministratore coloniale, farà aprire le loro tombe che troverà vuote.

La spedizione continua con la missione di nome Joalland Meynier. Opera il congiungimento con le missioni di Gentil e Foureau-Lamy nel gennaio del 1900, lungo le rive del lago Ciad. Ad aprile, la battaglia di Kusseri porta a termine la conquista. Riscattati dai loro successi, Joalland e Pallier, i due tenenti superstiti della missione Voulet-Chanoine, evitano il consiglio di guerra. L’inchiesta avviata dal ministero delle Colonie viene chiusa nel 1902 e non sarà pubblicata. Ufficialmente la missione Voulet-Chanoine è riportata negli annali della storia coloniale come una tappa nella conquista del Ciad e la costituzione dell’Africa Equatoriale francese.

Olivier Favier : Il cinquantenario delle indipendenze ufficiali è stato occasione di una timida apertura sui dibattiti quasi del tutto occultati circa le guerre di decolonizzazione. Ma la “corsa all’Africa” della fine del diciannovesimo secolo cela ancora ampie zone d’ombra, un’ ignoranza che la distanza temporale, aggiunta ad una reale assenza di archivi, rende ormai difficile da colmare. I crimini della missione Voulet-Chanoine possono tuttavia essere localizzati e datati con precisione. Per rintracciarli, lei ha raccolto numerosi documenti in un libro: À la recherche de Voulet : sur les traces sanglantes de la Mission Afrique centrale, 1898-1899 [Alla ricerca di Voulet: sulle tracce insanguinate della Missione Africa centrale, 1898-1899] pubblicato presso la casa editrice Cosmopole. In questo caso l’oblio non può’ essere imputato alla scomparsa delle tracce, poiché racconti accurati sono stati divulgati da testimoni diretti, il caso è stato dibattuto in parlamento, il deputato Paul Vigné d’Octon ha persino reclamato, invano, la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare. Per quale motivo, dopo essere stata al centro della cronaca, la questione è subito ricaduta nell’oblio?

Chantal Ahounou: Le ragioni di questa amnesia sono molteplici. Bisogna cercarle nel complesso rapporto che la Francia ha sempre mantenuto con il suo passato coloniale. Nel diciannovesimo secolo la Francia si lancia in quest’epopea che raggiunge il suo apogeo con l’esposizione universale del 1931 al bois de Vincennes. Le sommosse sopravvenute nel 2005 hanno reso visibile una parte della popolazione francese originaria delle antiche colonie. Il passato coloniale così lungamente represso, è brutalmente risorto.

Il cinquantenario delle indipendenze(1) è occasione per la Francia di interrogarsi sulla storia del suo Impero coloniale, ma anche di fare un bilancio. Messa a confronto con la sua eredità coloniale, la Francia comincia timidamente a rendersi conto di ciò che è stata la dominazione coloniale subita dalle popolazioni africane.

All’epoca del caso Voulet-Chanoine, la Francia ha già iniziato la conquista coloniale. Essa ha lo scopo di far dimenticare la sconfitta del 1870. La Francia colonizza l’Africa anche in nome della democrazia, seguendo la linea guida della filosofia dell’illuminismo e dei principi della rivoluzione del 1789. Nel 1898-1899, il regime politico è scosso da crisi ministeriali. Il 1898 è l’anno dell’umiliazione della Fachoda e nel 1899 si annuncia la revisione del processo Dreyfus. Lo scandalo di quel processo ha straziato abbastanza il paese. Il proseguimento dell’espansione coloniale è percepito come il mezzo « per evitare un’ inevitabile decadenza ». Per ridare lustro alla sua immagine, « una delle missioni assegnate d’ora in poi alla colonizzazione, è di riunire i Francesi intorno ad un progetto coloniale che contribuisca al risorgere dello spirito nazionale ». Ci ricordiamo ancora del discorso di Jules Ferry sulla missione civilizzatrice della Francia: « Se la Francia vuole restare un grande paese, deve diffondere ovunque sia possibile la sua lingua, i suoi costumi, la sua bandiera, le la sua gente ed il suo genio »(2). Il suo discorso continua come segue: « Ripeto che compete alle razze superiori un diritto, cui fa riscontro un dovere che incombe loro: quello di civilizzare le razze inferiori ». Il 30 luglio, Clémenceau replica duramente: « Razze inferiori! razze superiori! Si fa presto a dire. Per quanto mi riguarda, io non ci credo, in particolar modo dopo aver visto degli studiosi tedeschi dimostrare scientificamente che il Francese appartiene ad una razza inferiore al Tedesco. No, non esistono diritti di nazioni dette superiori su nazioni dette inferiori. […]. La conquista che voi auspicate non è altro che l’abuso della forza che la civiltà scientifica autorizza sulle civiltà rudimentali per impadronirsi dell’uomo, torturarlo ed estrarre tutta la forza che è in lui con il pretesto di civilizzare. Ma non cerchiamo di rivestire la violenza col nome ipocrita di civiltà. »(3)

Quello su cui ci si interroga relativamente alla colonna Voulet-Chanoine, è come l’esercito giustifichi o addirittura approvi l’uso della violenza. Questa pratica militare coloniale suscita ancora ,ai nostri giorni, numerose polemiche.

Verso la metà del diciannovesimo secolo, si afferma un tipo particolare di uomo. Lo specialista o il professionista d’Africa. È il militare di carriera che secondo Raoul Girardet è un « nuovo tipo sociale ». Non è più un semplice soldato, ma un « fondatore dell’Impero ». L’esercito è un elemento dell’unità nazionale. É l’orgoglio della Francia. Ora, il tempo delle missioni pacifiche è concluso. Le guerre coloniali recano in sé una brutalità inaudita. Paul Volet, figlio di un medico, in principio si è arruolato come soldato semplice nelle truppe della marina prima di diventare capitano. Viene descritto come uomo sanguinario e crudele. Il tenente Charles Chanoine proviene da Saint-Cyr. Suo padre è stato un generale prima di diventare, per un po’ di tempo, ministro di guerra. I due ufficiali sono ambiziosi e carrieristi. La missione Africa arriva giusto a proposito. Sono incaricati di conquistare numerosi territori nel cuore dell’Africa e questo non può essere fatto con gentilezza. L’esercito ha i suoi codici e le sue regole sul suolo europeo, ma in Africa sembra che tutto sia lecito poiché le popolazioni sono per natura inferiori e barbare.

La missione Voulet-Chanoine è il simbolo della conquista coloniale spinta al parossismo, per riprendere le parole di Elikia M’Bokolo. I due ufficiali razzìano, saccheggiano, uccidono a sangue freddo le popolazioni africane. Si lasciano dietro cadaveri, e la notizia dei loro misfatti si diffonde in un lampo. Portano con sé i loro trofei: delle teste mozzate. Il deputato Vigné d’octon che è alla ricerca di ogni tipo di scandalo coloniale, insorge contro le macchinazioni dei due ufficiali. Ordina che sia avviata un’inchiesta l’8 ottobre 1899. Quest’ultima è rigettata dalla Camera dei deputati il 7 dicembre del 1900. L’inchiesta che il ministero delle Colonie aveva richiesto, termina il I settembre 1900. Non ci sarà alcun seguito. In verità, i due ufficiali hanno avuto « il buon gusto di morire in fretta ».

La repubblica non può permettersi un altro scandalo perché il caso Dreyfus ha lacerato il paese. Bisogna completare la missione costi quel che costi evitando “errori”. I Capitani Joalland e Meyner contribuiranno a portare a termine brillantemente le missione Africa centrale. Essi fanno dimenticare molto in fretta le gravi inefficienze della missione Voulet-Chanoine. Qualche tempo dopo, i due ufficiali sono nominati generali. A mio avviso non è la “repentinità”, una follia improvvisa, che è all’origine degli atti di barbarie dei due uomini, ma i metodi in uso a quel tempo in seno all’esercito coloniale. È meglio, quindi, insabbiare la questione. Uno degli aspetti più cupi della repubblica è così sepolto nei ricordi a vantaggio di un superiore interesse.

Olivier Favier: La maggior parte delle testimonianze sono state diffuse dopo la prima guerra mondiale .Nel 1930 il vecchio tenente Joalland, divenuto generale, evocò’ Il Dramma di Dankori. L’anno successivo, la vedova del tenente-colonnello Klobb raccolse i suoi scritti e quelli del tenente Meynier. Ma bisogna attendere il 1976 perché uno scrittore e storico Jaques-Francis Rolland, decida di scriverci un saggio, Le grand capitaine (Il gran Capitano), che reca come sottotitolo “uno sconosciuto avventuriero dell’epopea coloniale”. Jean-Paul Enthoven, che fa la recensione del libro sul “Nouvel Observateur”, stabilisce un parallelismo –davvero impressionante-, tra la storia reale ed il romanzo di Rudyard Kipling pubblicato nel 1888, L’uomo che volle farsi re. Per il resto, si limita adevocare i fantasmi di Maurice Barrès e Paul Déroulède per l’enfasi letteraria per dare enfasi letteraria. Come spiegare allora che alla scoperta di questo sanguinoso episodio, non si associ null’altro che una semplice visione epica?.

Chantal Ahounou:  Ho letto di recente che il mito romantico dell’ufficiale costruttore è oggetto di intensa propaganda all’epoca coloniale. È presente ancora oggi, sotto altre forme, negli ambienti militari .Allora mi sono ricordato che esiste tutta una letteratura dedicata alla celebrazione dell’impero e della sua opera. Ho scorso molti romanzi, racconti di viaggio, racconti fatti da scrittori, amministratori, militari, giornalisti che danno voce ad una grande delusione o ad una totale adesione agli accenti epici ed esaltati di qualsiasi forma di propaganda coloniale. Nel momento della pubblicazione del libro di Jaques-Francis Rolland, l’idea che la Francia sia stata una grande potenza imperiale è molto pregnante. La storia continua a perpetuare il mito della superiorità dell’uomo bianco e persino dopo le decolonizzazioni gli stereotipi applicati alle colonie restano ben radicati in seno alla società francese. È all’opera una politica dell’oblio della storia coloniale e dei suoi abusi.

Il libro , Le grand capitaine (Il Gran Capitano) cerca diattraversare lo specchio dell’oblio. Ma per il pubblico non è tanto la veridicità della storia che conta. Quanto « l’avventuriero dalle mascelle d’acciaio », poiché il Capitano Voulet è percepito come un personaggio romantico. È un eroe o un anti-eroe che parte alla conquista di uno spazio sconosciuto ed ostile. Incarna l’immagine coloniale dell’avventuriero che si lascia tutto alle spalle, e non ha, forse, pronunciato queste strane parole, dopo aver ucciso il colonnello Klobb?: »Del resto, non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Adesso sono un fuorilegge, rinnego la mia famiglia, il mio paese, non sono più francese, sono un capo nero… »(4)

Nell’opera di Jaques-Francis Rolland, si è immersi contemporaneamente in un’Africa fantasma , in una sognata ed in una vissuta. Si legge della realtà del deserto, della fame, della sete , della violenza e della perversione. Nell’altro mondo, il continente africano, Voulet deve confrontarsi con una perdita d’identità. Non si riconosce più nell’ideale colonizzatore della sua missione. Credo che sia la complessità del personaggio in uno spazio straniero che affascina il lettore più del contesto storico. Voulet è diventato personaggio di finzione?

Olivier Favier: Nel 1986 una svolta si presenta con il film franco-mauriziano di Med Hondo. Sarraouina racconta, infatti, la missione Voulet-Chanoine dal punto di vista africano attraverso la storia della regina degli Aznas che organizza una viva resistenza. Nel 1996 sono pubblicati i libri di Jean-Claude Simoën e di Muriel Mathieu. Nel 2004 un telefilm ed un documentario escono simultaneamente. In quest’ultimo si scopre che il ricordo di quella spedizione è ancora vivissimo nei luoghi che essa ha attraversato. Quali sono state le reazioni all’uscita del suo libro nel 2001? Le sembra che oggi si conosca un po’ meglio questa storia?

Chantal Ahounou: Alla sua uscita, il libro ha suscitato vivo interesse nel pubblico. Nelle librerie è stato collocato nello scaffale riservato ai racconti di viaggio. Penso che per una parte del pubblico non sia tanto quello che questo libro rivela sulla storia coloniale a suscitare interesse, quanto più la traversata infernale della colonna Voulet-Chanoine. Una trasmissione su RFI mi ha permesso di mettere in luce quest’aspetto sordido della colonizzazione. Aggiungo che Nicolas Offenstadt(5) ha mostrato bene sino a che punto i francesi si appassionino agli scandali ed ai casi. Questa storia è uscita dall’oblio, è conosciuta un po’ meglio dagli appassionati di storia e dagli storici, ma c’è ancora molto da fare. Mi ricordo che nel 2004, all’uscita del documentario di Serge Moatti Blancs de mémoire (Bianchi di memoria) ho proposto ai miei colleghi di comprarlo per il laboratorio di storia e geografia. Mi è stato risposto che non era una priorità. Ètrascorso del tempo. Nel 2009, l’educazione nazionale ha introdotto nei programmi di seconda media, la storia africana medievale. Il documentario realizzato in collaborazione con il CNDP è stato finalmente acquistato. Ma, evidentemente, sono il solo ad utilizzarlo! Dal 2005 vi è un “bisogno” di capire il continente africano che riguarda un ampio pubblico. Noto con immenso piacere che alcune librerie propongono un numero crescente di opere sul continente africano. Ma resta ancora molto lavoro da fare affinché la storia coloniale venga considerata come un elemento importante della storia nazionale. Catherine Coquery, in un capitolo di d’Enjeux politiques de l’histoire coloniale, (Obiettivi politici della storia coloniale), intitolato « Amnésie et silences », (“Amnesia e silenzi”), apporta numerosi chiarimenti sulla questione(6).

La storia coloniale trascura la resistenza degli Africani di fronte alle violente invasioni del continente africano da parte degli europei. Questa storia si conosce ancora poco. Ma la regina Sarraounia rimane una vera e propria leggenda. Lo scontro dell’Africa con l’imperialismo coloniale fu molto duro. Come scrive Eilikia M’Bokolo: « Le resistenze alla conquista coloniale sono divenute momenti fondativi del nazionalismo africano, ed il riferimento a quelle resistenze, è uno dei componenti più comuni della moderna politica in Africa. Se la moltiplicazione dei lavori mostra sempre più la complessità delle resistenze, essa ha da molto tempo sottratto all’intrusione coloniale gli ornamenti epici e mitici con cui la si era rivestita. »(7) Gli africani hanno opposto resistenza, ma lo scontro è sempre stato impari.

Olivier Favier: Le colonne mobili sono un classico della conquista coloniale francese, dalla « pacificazione » di Bugeaud in Algeria. Nel corso dei secoli, esse sono state utilizzate da Gallieni nel Madagascar o da Lyautey in Marocco. Nel dibattito intorno al caso Voulet-Chanoine, non è stato questo metodo ad essere messo in questione, eccetto,forse, dallo scrittore e deputato anticolonialista Paul Vigné d’Octon, ma la disobbedienza dei due capitani. La loro follia sembra la riproduzione esatta di un immaginario letterario. Questa storia è un caso unico in quel periodo?

Chantal Ahounou : Questa storia non è un caso unico. Qualche anno più tardi, scoppia un altro scandalo in Congo. I fatti hanno avuto luogo a Fort-Crampel, il 14 luglio del 1904. Il commissario di prima classe Léopold Gaud lega una cartuccia di dinamite al collo di un nero per farlo saltare in aria. È uno scandalo enorme. Col procedere delle rivelazioni, si scopre che ci sono due seviziatori. L’amministratore Georges Toqué è accusato di aver annegato un nero, e colpevole del furto di qualche cartuccia. Gaud e Toqué sono infine condannati a cinque anni di prigione il 25 agosto del 1905, ma la corte accoglie una domanda di riduzione di pena e i due colpevoli vengono prontamente rilasciati. Nello “Stato indipendente del Congo”, proprietà del re del Belgio Leopoldo II, si uccide in silenzio. Il sistema di sfruttamento del caucciù e dell’avorio ha come conseguenza abusi che sono denunciati dal giornalista britannico Edumnd Morel. Egli porta alla luce del sole gli abominii di questo tipo di commercio, incendi nei villaggi, massacri con fucilazione, impiccagione o crocifissione. Il giornalista mostra delle foto di alcuni bambini ai quali mancano le mani o i piedi. Nel suo libro Viaggio al Congo, André Gide condanna i trattamenti inumani dalla compagnia delle foreste dello Shanga-Oubangui (CSFO). La lista delle violenze è lunga. Mi rammento anche del massacro degli Herero per mano del generale von Trotha nel 1904. Ci sono stati tra gli ottocentomila e un milione di morti.

Nel 1898, Joseph Conrad redasse un magnifico romanzo: Cuore di tenebra. Non smetto mai di rileggerlo. Un altro saggio che mi accompagna sempre è quello di Sven Lindqvist Sterminate tutti questi bruti. Scrive l’autore: « E quando quello che era stato celato nel cuore delle tenebre si riprodusse nel cuore dell’Europa, nessuno lo riconobbe. Nessuno volle ammettere quello che era chiaro a tutti. »(8) I massacri continuano sotto i nostri occhi…

Traduzione dal francese di Sara Nigro, che ringrazio. Testo originale in francese.

En 1939, huit ans après l'inauguration du Palais de la Porte dorée, aujourd'hui siège de la Cité nationale de l'histoire de l'immigration, est érigé ce monument au commandant Marchand, chef de la mission Congo-Nil. Une longue frise, dans le même style art déco que le la façade du musée colonial -où l'on voit les richesses du monde affluer vers la métropole, montre soldats coloniaux et indigènes marchent d'un pas vaillant vers un destin qu'on devine héroïque. Plein de sollicitude, un soldat français s'agenouille pour panser la jambe d'un tirailleur. Rien n'a été ajouté à ce monument au colonialisme pour lui donner une dimension historique. Photo: Olivier Favier.

Nel 1939, otto anni dopo l’inaugurazione del « Palais de la Porte dorée », ormai siede della « Cité nationale de l’histoire de l’immigration », viene eretto questo monumento al comandante Marchand, capo della missione Congo-Nilo. Un lungo fregio, di cui lo stile art déco ricorda la facciata del museo coloniale -su quest’ultima vediamo le ricchezze dei quattro continenti  affluire verso la metropoli. Sul monumento dedicato a Marchand invece, soldati coloniali e indigeni marciano bravamente verso un destino sicuramente eroico. Un soldato francese si inginocchia per medicare la gamba ferita di un « tirailleur ». Non è stato aggiunto nulla a questo monumento al colonialismo per dargli una dimensione storica. Foto: Olivier Favier.

  1. Quelle delle ex-AEF e AOF, di Madagascar, del Togo, ma anche dell’ex-Congo belga, nel 1960. [L’intervista è stata realizzata nel 2010] []
  2. Dulucq, Sophie, Zytnici Colette, « À l’aube de la guerre 14-18, l’opinion française est désormais convertie à l’idée coloniale » in Histoire et Patrimoine, n°3, p.43. []
  3. Discorso alla camera, 28 luglio 1885. []
  4. Joalland Paul , Le drame de Dankori (mission Voulet-Chanoine, mission Joalland-Meynier), Paris, nouvelles Editions Argo, 1930. []
  5. Nicolas Offenstadt et Stéphane Van Damme, Affaires, scandales et grandes causes, de Socrate à Pinochet, Paris, Stock, 2007. []
  6. Coquery –Vidrovitch, Catherine, Enjeux politiques de l’histoire coloniale, Agone, Paris, 2009 , pp 53-60. []
  7. M’Bokolo,Elikia, Afrique, Histoire et civilisations, Tome 2 (XIXe-XXe siècles), Hatier- Aupelf, Paris, 1992, p. 273. []
  8. Lindqvist, Sven, Exterminez toutes ces brutes, Paris, Les Arènes, 2007 p. 227. Il libro non è stato tradotto in italiano. []