Omar e la meccanica del mondo, di Léonard Vincent.

 

Attraverso la storia banale della fuga di un migrante dell’Africa dell’Est verso l’Europa, è la dinamica perversa dei rapporti fra Nord e Sud che viene raccontata.

Ammettiamo che si chiami Omar. Sa leggere e scrivere. È nato negli anni 90 in un ospedale lurido, in qualche angolo sperduto del Corno d’Africa. Suo padre è morto, sua madre fa la fruttivendola. Diversi suoi fratelli sono morti in tenera età, di malattie e non. Lui gode di una salute relativamente buona. Gli manca solo qualche dente, mal curato. A volte rimane stravolto per vari giorni dalle sue crisi di malaria. Però lavora da quando ha 12 o 13 anni, come facchino di merci di ogni genere. Per fortuna è sfuggito più di una volta alle retate del servizio nazionale. Così, per diciotto mesi, passando da un lavoro all’altro, è riuscito a mettere soldi da parte. Un cugino in esilio gli ha inviato qualche centinaio di dollari per arrotondare. Con quei soldi ha pagato un trafficante che gli ha fatto passare clandestinamente il confine.

Questa per la parte dell’ “eroe”. Resta da capire il contesto. Diciamo che Omar è un Eritreo. Ma in fondo importa poco. Se fosse stato Somalo, Sudanese o Etiope sarebbe stato praticamente lo stesso. Con la sua fuga verso l’Europa, si appresta a porre al mondo dei problemi sostanzialmente identici.

(Questo testo inedito “Omar et la mécanique du monde” è stato commissionato all’inizio del 2012 ma non è mai stato pubblicato. Dato la sua attualità, viene reso pubblico contemporaneamente, il 10 Ottobre 2013, dalla rivista Grotius International e da On ne dormira jamais. Su Grotius si può anche leggere dallo stesso autore, l’articolo in francese “Lampedusa. Qui a tué? Les vrais coupables sont sur la route…”)

Un campo di rifugiati in Libia nel 2011, nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

Un campo di rifugiati in Libia nel 2011, nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

 I trafficanti passeur: finanziare le dittature

Anzitutto, Omar non lo sa, ma ad ogni mazzetto di biglietti che piega nella mano di un trafficante, finanzia i suoi propri carnefici. Perché i 3000 dollari che gli dà saranno ben presto trasferiti in Europa, sul conto in banca di un tale. Un tale in combutta con il comandante delle guardie frontaliere che, arma alla mano, pattugliano tutto il settore.

Il piano è semplice. Il generale, caporegime dei gruppi mafiosi che organizzano le rotte clandestine, preleva la sua bustarella. Con i guadagni si fa costruire una residenza nel Golfo e distribuisce dei premi ai suoi capitani. Inoltre, in cambio di un confortevole stipendio, un 4X4 di alta gamma, e una villa fiorita, applica scrupolosamente l’ordine del capo di Stato di sparare a vista. Infatti, più volte a settimana, i suoi uomini riportano dei cadaveri nei loro camioncini. Questa è la legge: chiunque prova a sfuggire alle pattuglie viene crivellato di pallottole. I più ragionevoli si arrendono. Prima vengono derubati dei loro miseri risparmi dai soldati e poi, per diversi anni, raggiungono il gregge di prigionieri che lavorano gratis dodici ore al giorno, nei cantieri del partito unico del regime. Dopodiché, se ancora non sono morti, ricominciano a mettere da parte qualche dollaro per ritentare di passare il confine. E continuano quindi ad ingozzare i generali e i loro sudditi.

È chiaro. Non potendo dissuadere i cittadini dal fuggire dall’inferno che ha costruito, il governo del paese di Omar ha trovato un mezzo comodo per trarne qualche beneficio. Ed è una vera manna : le sanzioni internazionali inflitte dall’ONU asfissiano l’economia e la banca centrale. E comunque anche senza l’embargo, il paese non sarebbe in grado di creare abbastanza ricchezza per nutrire tutta la popolazione. Le poche risorse naturali e l’agricoltura di sussistenza non ne fanno un’economia compatibile con i mercati mondiali. Ed ecco dunque la risposta: il racket dei “traditori” e dei “vigliacchi”.

Primo paradosso. Omar non è altro che un ingranaggio umano che garantisce la sopravvivenza dei suoi tormentatori e colma i vuoti dello Stato, impedendo per effetto rimbalzo qualsiasi leva politica azionata dall’estero che volesse indebolire la dittatura che lo opprime.

 I campi profughi: mantenere le tensioni regionali

Ammettiamo che Omar riesca a passare il confine. Si registra dunque presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che lo autorizza a rimanere in uno dei suoi campi e gli fornisce un po’ di cibo e dei documenti. Ma le “zanzare”– gli spioni del Partito che strisciano nei campi – stanno dappertutto. Omar li riconosce. Lo controllano. Alcuni rifugiati vengono rapiti, imbarcati con la forza in un Land Cruiser, di notte. Ex guardiani di prigione o impiegati del ministero sono scomparsi in questo modo. Si dice che sono stati riportati con la forza nel loro paese. Nessuno gli ha mai più rivisti.

L’agenzia locale con la quale l’UNHCR è costretto a lavorare non si scompone per questo. Il paese di accoglienza ha sempre dei conti in sospeso con il paese di provenienza dei fuggiaschi. In questo caso, da anni, il paese d’origine di Omar ospita i gruppi ribelli che colpiscono nella regione dove si è rifugiato: i loro capi hanno il pasto garantito negli hotel a cinque stelle della sua città natale. Si dice anche che dispongono di campi di allenamento nelle zone militari. Quindi i due Stati vicini usano i rifugiati per regolare i conti e saldare i debiti fra di loro. Tu mi dai il leader guerrigliero e io ti ridò i tuoi dissidenti troppo chiacchieroni.

Secondo paradosso. Agli occhi dei governi del paese di accoglienza, è meglio, in tempi di pace, che i paesi fornitori di rifugiati possano continuare a tenere d’occhio la diaspora de loro miserabili. Innanzitutto i paesi dove gli evasi si riversano hanno già abbastanza difficoltà nel gestire i propri indigenti. E poi bisogna evitare che qualcuno, approfittando della vicinanza con il paese di provenienza, metta in atto operazioni lampo con degli AK-47 o delle granate contro i posti di frontiera. In tempi di guerra, è tutta un’altra storia. Inviare la propria armata a minacciare il vicino è troppo rischioso in un mondo fatto di “potenze regionali” e di “finanziatori”. I campi profughi, stracolmi da giovani uomini disgustati e senza futuro, rappresentano il vivaio ideale per fomentare un’opposizione armata. Omar e i suoi simili sono carne da macello che si usa nei conflitti di bassa intensità e nelle razzie dei piccoli delinquenti che mandano in cancrena l’Africa.

Le “grandi potenze” devono venire a patti con tutto questo. Da un lato, devono sostenere gli sforzi di assistenza ai rifugiati e, di conseguenza, compromettersi con i governi dei paesi di accoglienza. Dall’altro, la loro gestione degli equilibri nazionali africani è in balia dei propri interessi nazionali. In tale contesto, i rifugiati sono a dir poco ingombranti. Finché c’è da mangiare nei campi e che non ci si uccide a vicenda, non c’è nessuna emergenza. Inoltre si preferisce che gli Africani rimangano in Africa, in nome del “rispetto degli equilibri” demografici ed economici ma anche per paura delle cellule dormienti del terrorismo internazionale. Gli unici che l’Occidente accetta, sono quelli che sono stati “crivellati”. I “politici” da una parte, gli “economisti” dall’altra, gli “affabulatori” relegati in fondo alle baracche. I pochi visti per un paesino sperduto dell’Australia o del grande Nord svedese hanno come unico scopo di rispettare le quote dei resettlements concordati con l’ONU e di far mostra di un minimo di umanità.

Un migrante originario dall’Africa dell’Est nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

Un migrante originario dall’Africa dell’Est nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

Le rotte dell’esilio : alimentare le mafie e le diffidenze

Per sfuggire a questo pericoloso groviglio, ammettiamo che Omar decida di tentar la sorte, da solo, verso un’ipotetica “terra d’asilo”. Partendo dal Corno d’Africa, ci sono varie rotte possibili.

Una di esse, quella verso l’Uganda, passa più all’interno del continente africano. Se arrivasse fin lì, saltando di nascosto nel retro di un camion, Omar si unirebbe alle bande di straccioni che popolano le baraccopoli di Kampala. Lì, tutti aspettano un ipotetico visto per l’America, il Canada o il Regno Unito. Oppure che qualche padre, fratello o moglie che abbia avuto più fortuna di loro riesca ad ottenere il “ricongiungimento familiare” in Occidente. Questo può richiedere due, se non addirittura tre anni. Nel frattempo bisogna sopravvivere, con qualche lavoretto. La sera e il fine settimana, si guarda la tivù fra gente del Corno, nei bar tenuti dagli Etiopi. Ma è proprio in due locali come questi che due kamikaze somali si sono fatti saltare nel Luglio del 2010, nel bel mezzo della Coppa del mondo di calcio, lacerando circa 80 spettatori spensierati che guardavano la partita Inghilterra-Olanda.

L’altra rotta attraversa il Sudan poi il Sahara. Se sceglie questa opzione – 2000 dollari in cash – Omar deve stiparsi per una decina di giorni nel retro di un 4X4 ammaccato, al quale è stato tolta la cabina. I fuggiaschi che muoiono durante il viaggio vengono buttati sul bordo della pista e seccano, alla rinfusa, nel bel mezzo del deserto. I sopravissuti mirano alle rive mediterranee della Libia, da dove partono vecchie bagnarole per la Sicilia. Oppure cercano di raggiungere il deserto del Sinai, dove alcune famiglie beduine organizzano pericolosi passaggi attraverso gli spinati della frontiera israeliana.

All’epoca di Gheddafi, se giungevano fino a Tripoli, Misratah o Bengasi, gli Africani come Omar rappresentavano una mano d’opera a buon mercato – e vulnerabile – per le famiglie borghesi. Le donne alle pulizie, gli uomini come facchini. I più turbolenti o restii a pagare il loro passaggio in Italia erano gettati in cella, nelle prigioni della costa. Si lavorava per il direttore se si voleva pagare la propria liberazione : un piccolo extra a favore dei funzionari che arrotondavano così lo stipendio. Omar e i suoi compagni, il lumpenproletariat del Gheddafismo, facevano anche da spie o da fonte di reddito addizionale per i poliziotti e i trafficanti che organizzavano le crociere della morte verso Lampedusa. Oltre a raccogliere le immondizie di Tripoli, gli “evasi utili” dell’Africa nera servivano anche a far circolare il dinaro libico e il dollaro americano.

Poi c’è stata la guerra civile. In un attimo si è sparsa la voce che il “re dei re d’Africa” aveva reclutato dei mercenari fra i suoi sicari del continente, fra cui il presidente del paese di Omar. Gli arabofoni del Corno – Somali, tanti Eritrei, Etiopi d’Ogaden, Sudanesi – che formano il grosso delle truppe dei clandestini, sono stati perseguitati dai rivoluzionari. Linciati, uccisi, rinchiusi e filmati per provare che a sostenere la Guida erano rimasti solo stranieri selvaggi e cupidi. Non ci si chiedeva se quelli che erano stati catturati arma alla mano erano stati arruolati con la forza o no, in particolare nelle prigioni sovraffollate. E poi, chi se ne importa di un Nero assassinato in Libia, quando tanti cadaveri di eroici padri di famiglia ricoprono le strade trasformate in campi di battaglia? La “foschia della guerra”, si diceva in tivù… I più furbi si ammassavano alle frontiere, senza documenti né denaro, vicino ai megafoni dei funzionari ONU. Altri pagavano discretamente una seconda volta qualche contrabbandiere sudanese o qualche Tuareg per passare dall’altra parte e salvare la propria pelle.

In ogni caso, con o senza Gheddafi, Omar rimane un problema. Almeno agli occhi del Nord del Mediterraneo. La Guida libica lo aveva capito perfettamente. Anzi tutto è diventato chiaro quando gli Europei hanno preteso senza vergogna che controllasse le sue frontiere in cambio dell’apertura dei loro mercati. Il capo della “Grande Jammariya” lo perorava infatti ad ogni suo viaggio : pur essendo il re africano, era il miglior baluardo contro l’immigrazione clandestina. Oggi che non c’è più, la posta in gioco rimane la stessa : perché con la pace, la rotta dei migranti si è riaperta. E se le nuove autorità non sono più severe con gli Africani erranti che si ammucchiano sulle spiagge e nei cortiletti, in cambio i cadaveri dei Neri ricominceranno a galleggiare in mare, mentre i superstiti andranno a riempire i centri di detenzione in Sicilia e in Calabria. I delicati Europei lo sanno. Con la scusa della “lotta ai traffici” fanno di tutto per impedire che i migranti tentino di raggiungere le loro spiagge. La morte di Omar è più accettabile se avviene nel Sahara piuttosto che al largo delle belle coste europee.

Dal canto egiziano, i carichi di migranti non sono più fortunati. Nel deserto del Sinai, le famiglie mafiose, in combutta con i generali eritrei e i loro amici del Hamas, gestiscono delle piccole colonie penitenziarie dove ammassano i Neri erranti. Rinchiudono le famiglie nei sotterranei, portandogli via fino all’ultimo dollaro prima di sguinzagliarli nei fili spinati. Allora, dall’alto delle torrette, le guardie frontaliere egiziane possono giocare indisturbati al trap-ball contro di loro. L’ONU si scandalizza. E se Omar non trova le migliaia di dollari che esigono da lui, forse finirà come questi giovani che sono stati ritrovati, i polsi legati e una pallottola in testa, sotterrati nella sabbia. A volte i loro corpi servono anche a fare piccoli guadagni se si vende il fegato o gli occhi al mercato nero degli organi freschi.

Dall’altro lato della linea di confine, di fronte ad una sempre più numerosa comunità di mendicanti neri nelle periferie di Tel-Aviv ed Eilat, lo Stato di Israele ha sprangato la sua frontiera. Il Primo Ministro Benyamin Netanyahu ha persino ordinato un grande muro, per chiudere la rotta dal Sinai. La popolazione israeliana non sa cosa pensare di questi migranti servizievoli e tristi, che dichiarano di non voler rimanere a tutti i costi nel paese. Mandateci in America se non ci volete. Alcuni hanno sentenziato : sono dei sotto-uomini. Altri si disperano al vederli trattati come animali e lottano per i loro diritti.

Ma ammettiamo che, come migliaia di loro, Omar sia passato in Israele. Nei giornali, le sue compagne d’esilio raccontano gli stupri, per strada. Gli adolescenti mutilati. Ma insomma, questi racconti sono troppo agghiaccianti per fare scandalo. Dopo l’inferno d’Egitto, gli evasi del Corno ingrossano le fila del proletariato israeliano. E neanche la rivoluzione di piazza Tahrir ha potuto farci nulla.

L’asilo in Europa : destabilizzare gli ospiti

Ammettiamo infine che Omar giunga in Europa. Si conoscono bene le conseguenze della sua sistemazione: vita insalubre, choc culturale, pauperizzazione, depressione, umiliazione e dipendenza… La sua presenza costa cara, socialmente ed economicamente, a queste società imprigionate nel loro sogno di federazione economica mondiale. Infatti si vota per quelli che esigono che Omar sia inviato altrove. Non per forza nel suo paese ma altrove. Oppure che debba soffrire di più nel caso rimanesse. È lui il colpevole, non il capo di Stato che lo voleva ridurre in schiavitù.

Omar, preso nella meccanica del mondo, è un ingranaggio della macchina autodistruttiva che cancrena l’Africa e semina la confusione in Occidente. Durante la sua fuga, ha fatto da domestico alle borghesie predatrici, da bestiame alle mafie africane, da capro espiatorio ai popoli oppressi, da moneta di scambio fra le dittature del Sud e le democrazie del Nord, e da lupo mannaro commovente per le classi medie occidentali. Nei campi profughi è stato segnato sulla tabella Excel, medicato con del Betadine, alimentato con riso per cani, educato al Powerpoint da Bianchi senz’altro simpatici ma anemizzati. La loro rabbia e la loro commozione, Omar non le capiva molto bene. Fra la sua fetida baracca e le lunghe ore di noia, solo la voglia di fuggire o quella di uccidere gli permetteva di rimanere in piedi. E gli umanitari gli parlavano di capacity building senza capire che, in fondo, la loro strana e vergognosa generosità manteneva al potere il dittatore, quello che lo aveva obbligato a lasciare per sempre la sua casa natale e i suoi genitori.

Nel giochino della geopolitica, Omar è una palla al piede, dall’inizio alla fine. Ma è questo un motivo per squalificare la sua ricerca di libertà e dignità ? No certamente. Eppure rimane un’impresa delicata, in questo mondo fatto di battiti d’ali di farfalle e di tempeste, trovare una soluzione a quest’incubo organizzato che ingoia uno ad uno i fuggiaschi del Corno d’Africa. Dal canto mio, non ne conosco. Ma in fondo non è il mio mestiere. Di fronte a tutti questi Omar che incontro da anni, ho cercato di limitarmi a fare quello che so fare: raccontare le loro storie e dire che le fumose teorie che si sono costruite attorno a lui e ai suoi simili sono a volte inaudite nella loro idiozia.

Tutto quel che so è che Omar ha fatto un salto nel vuoto per motivi legittimi e che, suo malgrado, provoca delle onde d’urto criminali, persino nei nostri quartieri. “Si eu pudesse eu não seria um problema social”, canta pero Omar, il Brasiliano Seu Jorge. Se io potessi, non sarei un problema sociale.

Traduzione a cura di Silvia Guzzi.

Una giovane donna somala in un campo di rifugiati in Libia nel 2011, nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

Una giovane donna somala in un campo di rifugiati in Libia nel 2011, nel film di Stefano Liberti e Andrea Segre, Mare chiuso (2012).

Approfondimenti in francese e in italiano: