Merèré, una violenza coloniale in Somalia (1). La versione del Corriere della Sera.

 

Ho trovato questi due articoli – il primo uscito sul Corriere della Sera il 10 settembre 1908 e la lettura critica che ne fece il giorno successivo un giornalista de Il Tempo – nelle carte di Luigi Robecchi-Bricchetti presso l’archivio storico di Pavia. L’esploratore, rientrato definitivamente dalla Somalia nel 1904, li aveva ritagliati ed evidenziati con una matita blu. Già nei suoi libri aveva spesso condannato il principio di una occupazione militare, illudendosi sulla possibilità di un rapporto coloniale strettamente economico. Nel 1903 in Somalia erano presenti solamente 13 italiani: è quello che Angelo del Boca descrive come il periodo della “colonia di carta”. Cinque anni dopo, la realtà della conquista si fa sentire. Il maggiore Di Giorgio, responsabile della distruzione del paese, diventerà tenente generale durante la prima guerra mondiale e successivamente ministro della guerra di Mussolini, dal 1924 al 1925.

Per maggiori informazioni su Luigi Robecchi-Bricchetti, vedere su questo sito un articolo e la traduzione in francese di una sua descrizione di Mogadiscio.

Seconda parte: I fatti analizzati dal Tempo.

L'Ued Scebeli su una cartolina mandata nel '38.

L’Uebi Scebeli su una cartolina mandata nel ’38.

 

L’AVANZATA DELLA COLONNA DI GIORGIO SULLO SCEBELI

IL COMBATTIMENTO DI MERERÈ – CENTO SOMALI UCCISI – UN CENTRO D’OSTILITÀ DISTRUTTO COL FUOCO

(Per cablogramma dal nostro inviato speciale al Benadir)

Berire (sullo Scebeli), 1 settembre.

(trasmesso da Lamu, il 9 settembre)

Giorni sono, mentre il maggiore Di Giorgio si recava con la carovana alla base di Danane per i rifornimenti, il capitano Tornaghi, fermandosi presso Berire, raccoglieva concordi informazioni circa il movimento ostile che aveva il suo centro a Mererè, capitale degli Hintera, sull’Uebi Scebeli, a circa venti chilometri a monte di Berire, proprio al nord di Danane. Alcune legnaiuole venute all’accampamento dichiarano di essere state in quella località bastonate e annunziarono che ivi gl’Hintera si erano radunati in comizio di guerra al suono del corno.

La spedizione

Rientrato il maggiore Di Giorgio a Berire il 29 agosto, decideva di procedere all’indomani ad una ricognizione offensiva su Afgoi, passando per Mererè.

Partimmo da Berire la mattina del 30, alle ore 6 e mezzo. La colonna, forte di circa millecento uomini, comprendeva novecentocinquanta fucili e quattro pezzi di artiglieria da montagna, col tenente Locurcio e una piccola carovana di cammelli col tenente Radlinski. I fucilieri comprendavano le quattro compagnie eritree, coi capitani Tornaghi, Scrivanti, Monaco e Messeri, e la prima e la seconda degli ascari della Somalia coi capitani Piazza e Vitali.

Sboccati dalla boscaglia in direzione di Mererè, percorremo una splendida pianura larga circa sei chilometri dalla boscaglia allo Scebeli, ricca di estesi campi di granturco e sesamo.

La formazione della colonna, fino in vicinanza di Mererè, era la linea di colonne di compagnie riavvicinate. L’artiglieria, secondo le buone norme delle marce e delle operazioni coloniali, gravitava verso la coda. Nelle vicinanze di Mererè i cammellieri di polizia, che unitamente a una pattuglia di ascari costituivano l’estrema punta di avanguardia, avvistarono forti nuclei di somali in atteggiamento ostile. La colonna, formatasi in quadrato, l’artiglieria e la carovana al centro, marciò risolutamente fino in vicinanza di una doppia zeriba naturale di cactus e euforbie, entro la quale è incassata la strada che conduce all’ingresso di Mererè. Era l’una e un quarto pomeridiana: un gruppo di quindici somali sbucò ad un tratto in direzione dell’angolo destro di coda del quadrato, l’artiglieria, secondo le buone norme delle marce e delle operazioni coloniali, gravitava verso la coda. Nelle vicinanze di Mererè i cammellieri di ascari costituivano l’estrema punta di avanguardia, avvistarono forti nuclei di somali in atteggiamento ostile. La colonna, formatosi in quadrato, l’artiglieria e la carovana al centro, marciò risolutamente fino in vicinanza di una doppia zeriba naturale di cactus e euforbie, entro la quale è incassata la strada che conduce all’ingresso di Mererè. Era l’una e un quarto pomeridiana: un gruppo di quindici somali sbucò ad un tratto in direzione dell’angolo destro di coda del quadrato di fronte: una compagnia di eritrei incominciò subito il fuoco accelerato, atterandoli in pochi istanti; un ascaro venne ferito di freccia.

Il combattimento

Nei vari punti nei quali le siepi sono meno fitte, si vedevano intanto nuclei di somali passare velocemente tentando un movimento avvolgente. Alcuni colpi a mitraglia dei cannoni piazzati sul lato destro del quadrato liberarono rapidamente il terreno da quella parte. Il lato di testa del quadrato si trovava a pochi metri dalla zeriba: quindi era esposto alle offese del nemico che aveva qualche fucile. Il commandante ordinò allora alla compagnia Messeri che era tenuta in riserva all’interno del quadrato, di uscirne fuori e superare la prima zeriba. Il capitano Messeri avanzò aprendosi in brevi istanti un passaggio nella fittissima siepe colle accette, la superò e si trovò immediatamente a contatto con un forte gruppo di somali che venne messo in fugo dalle scariche accelerate. Qualche fanatico isolato, con incredibile audacia, cercò di gettarsi contro la linea di fuoco, ma venne atterrato a pochi metri dalle bocche dei fucili.

A questo punto la compagnia Messeri costituiva il prolungamento del lato sinistro dela quadrato con fronte in fuori. Essendo il campo di vista e di tiro limitato quasi da ogni parte da siepi che favorivano la tattica del nemico, il quale cercava di avvicinarsi non visto al quadrato per scoccar le sue frecce, s’imponeva uno spostamento; e questo si operò sul fianco sinistro. Venne quindi ordinato di tagliare in più punti la siepe con le accette e di riformare tosto il quadrato, appena superata la doppia zeriba.

Le ultime fucilate

Nella vasta piana fronteggiante Mereré, i cammelli che, accosciati all’inizio del combattimento con le gambe anteriori legate, si erano mostrati nervosi rizzandosi ad ogni colpo di cannone, seguirono ora lo spostamento senza intralciarlo, né ritardarlo: i cammellieri si mostrarono disinvolti sotto la guida intelligente ed energica del tenente Radlinski.

Riformato il quadrato e regolarizzato come una piazza d’ami di fronte a Mererè, vennerò distaccate due centurie della compagnia araba Vitali, agli ordini dei tenenti Gentilucci e Casale per occupare l’ultima zeriba che proteggeva da questa parte il paese dei somali, i quali pare ammontassero complessivamente a otto o novecento. Finora si erano battuti con grande tenacia e audacia. Ai piedi d’ogni siepe si vedevano i loro cadaveri isolati, e in qualche punto in gruppi di tre o quattro.

Anche la piana era qua e là disseminata di morti.

I somali sembravano da lontano più grandi del vero: i bruni corpi seminudi, nella rigidità cadaverica, assumevano parvenza di statue di bronzo.

Mi avvicinai alla centuria Vitati per seguire le fasi di combattimento: vidi che da Mererè continuavano ad uscire numerosi armati che si profilavano in distanza, dalle siepi. Numerosissimi somali invisibili seguitavano intanto a combattere con tenacia, scoccando numerose freccie: una di queste ferì leggermente al braccio il tenente Casale; un’altra si ficcò quasi verticalmente nella spalla destra di una giovanissima recluta araba, Sabit Beder. L’adolescente ferito si volse indietro muovendo in giro i grandi occhi, come interrogando: era tenuto pel braccio dal suo vicino, che poi seppi essere il fratello.

Io gli gridai di abbandonare la linea di fuoco e di recarsi più indietro, al posto di meditazione, ed allora si allontanò e venne preso dopo pochi passi dal tenente medico Macciarone. Per via lo vidi cadere in terra; ma la sua non è una ferita mortale.

I morti e i feriti

Gli ascari, specialmente gli eritrei, che all’inizio si mostrarono nervosi e non conservarono la disciplina, al fuoco si comportarono splendidamente, manovrando come in piazza d’armi. Maggiore prodezza e obbedienza agli ufficiali sembrò che mostrassero le giovani reclute arabe.

I cannoni del tenente Locurcio, puntati sulla destra, inviarono vari proiettili entro Mererè.

La resistenza dei somali si faceva intanto meno energica, poi cessò del tutto. Sembra che gli Hintera abbiano avuto nello scontro circa cento morti e numerosi feriti, dei quali non è dato determinare approssimativamente il numero.

Le loro frecce sono avvelenate con nabbiao, un veleno potentissimo, che uccide in breve ora con fenomeni di paralisi.

Il dottore Macciarone ha però trovato subito l’antidoto, quello stesso usato per le ferite prodotte da frecce avvelenate col curaro: un’iniezione cioè di stricnina, di cui l’effetto è prodigioso. Sia i feriti di Mellet che i tre di Mererè sono stati ben presto messi, con questo trattamento, fuori di pericolo.

Finito il combattimento, il maggiore Di Giorgio ordinò che fosse dato fuoco a Mererè; ma essendosi abbruciate solo poche capanne, e tardando l’incendio a propagarsi malgrado il monsone, poiché urgeva raggiungere l’obbiettivo principale, la ricognizione su Afgoi, il seguito dell’operazione venne rinviata al giorno successivo.

Ad Afgoi

Alle tre e mezzo dello stesso giorno eravamo già in marcio verso Afgoi che raggiungemmo un’ora dopo, inseguiti nella marcia da gruppi ostili che sembravano spiarci da lungi e che si fermarono a circa cinquecento metri quando mettemmo il campo ad Afgoi.

Alcuni shrapnels a percussione, splendidamente diretti dal tenente Locurcio, vennero lanciati allora contro i gruppi ostili dei nemici, alcuni rimasero uccisi, gli altri fuggirono; sul terreno rimasero tra gli altri quattro uomini degli Abubacher Moldera, una frazione non sottomessa degli Uadan.

L’accoglienza ad Agoi e nei paesi circonvicini delle due sponde dell’Uebi Scebeli, nel Sultanato di Gheledi, fu abbastanza buona; ma la maggior parte della popolazione di Afgoi era fuggita al nostro approssimarsi, non si sa se per unirsi ai nemici o per timore.

Il campo, limitato su due lati dallo Scebeli, dominava la pianura e aveva un estesissimo campo di tiro. Esso venne rapidamente circondato con una zeriba. La notte dormimmo all’aperto e la sorveglianza delle sentinelle fu attiva, intensa, attendendosi che gli Hintera attaccassero, all’uso dei Bimal, durante le ore notturne; questo però passarono tranquille.

Il villaggio incendiato

La mattina del trentuno giunsero due capi di Mererè, i quali dichiararono che avrebbero voluto, alla vigilia, uscire dal paese per venire incontro alla colonna, ma che ne furono impediti dalla maggioranza ostile. Il maggiore Di Giorgio, prestando giustamente poca fede alle parole dei capi, li rinviò a Mererè per dire agli abitanti che si allontanassero con le donne e i fanciulli volendo, nella mattinata, compiere l’opera di distruzione iniziata alla vigilia.

Raggiungemmo infatti Mererè alle ore nove, in formazione di combattimento. Non si vedeva alcuno, l’incendio della vigilia era spento e la maggior parte delle abitazioni ancora in piedi. I cannoni inviarono nel paese qualche granata, come avvertimento ai ritardatari. Ve ne erano infatti e subito si allontanarono. Indi centocinquanta ascari arabi e eritrei vennero inviati con torce a vento a compiere l’incendio sistematico del paese. In breve ora si sollevò un’immensa colonna di fumo, spinta ad occidente del monsone. I tetti dei tuculs, investiti dalle fiamme, precipitarono ad suolo iniseme alla parete circolare, scoprendo il palo centrale e lo scheletro delle abitazioni. Il bestiame che i fuggiaschi non si erano portati dietro fuggiva atterrito dalla fornace ardente, e si spargeva per la campagna; lo spettacolo era terribile.

Intanto, dall’altro lato del fiume si udiva il continuo crepitio delle fucilate, ultimo saluto degli ascari ai fuggenti oltre lo Scebeli o a quelli che tentavano l’estrema, disperata resistenza.

Il ritorno a Berire

A mezzogiorno tutto era finito e noi riprendevamo la marcia verso Berire, ove rientrammo nella notte. Per l’aria tranquilla, durante la marcia, si diffondevano i caratteristici accenti delle fantasie guerresche degli arabi e degli eritrei, mentre il pallido chiarore della luna falcata si diffondeva tutto intorno.

L’on. Franchetti ha seguito attentamente tranquillo, imperturbato, le fasi del combattimento di Mererè.

Incendiare il villaggio è stata un dolorosa necessità politica: si è sempre ritenuto che gli Hintera non siano stati estranei all’eccidio di Lafolè; Mererè è stata poi indubbiamente, negli ultimi tempi, il centro d’infezione e il focolare dell’opposizione al nostro Governo. Da Mererè partirono anche le due missioni al Mullah, la prima delle quali introdusse al Benadir une centinaio di fucili e la seconda fortunatamente fallì; Mererè in fine è stata sempre il centro delle macchinazioni del famigerato sceicco Alsdi Abicar Gafflè, il santone dei Bimal; l’anima della cronica insurrezione contro gl’italiani.

Giuliano Bonacci

Corriere della Sera, 10 settembre 1908.

Antonino di Giorgio

Antonino di Giorgio