La follia al fronte. I traumatizzati della Grande Guerra in Francia. Intervista a Laurent Tatu.

 

Laurent Tatu è professore di anatomia all’università di Franche-Comté, ed è anche neurologo, a capo del servizio di patologia neuromuscolare al Centro Ospedaliero Universitario di Besançon. Tra le sue pubblicazioni, si segnala in particolar modo quella realizzata con Jean-Cristophe Tamborini, direttore aggiunto agli archivi dipartimentali del territorio di Belfort, un saggio sulla Grande Guerre à Belfort (Strasburgo, Copur, 2005).

Julien Bogousslavsky è professore di neurologia, e capo del servizio di neurologia e neuro–rieducazione presso la clinica Valmont in Svizzera. Ha pubblicato a settembre un libro su Nadja et Breton. L’amour juste avant la folie (Le Bouscat, L’esprit du temps 2012).

I due si conoscono da molto tempo. Il primo ha passione per gli archivi, il secondo per la letteratura. La loro inchiesta sui traumatismi psichici della prima guerra mondiale è durata sette anni. Queste ricerche hanno dato vita ad un libro uscito a settembre presso l’editore Imago: La folie au front. La grande battaille des névroses de guerre (1914-1918). Il luogo principale della loro indagine è la Francia, ove il problema si è posto in modo particolarmente tragico. Questa è una delle rare sintesi che, a due anni dal centenario, viene dedicata ad un fenomeno imponente, denso di conseguenze nella società tra le due guerre, ma ugualmente determinante per la ricerca medica.

Olivier Favier: Esistono pochi studi sulle psiconevrosi causate dalla Grande Guerra. Lo studio di riferimento è quello di Louis Crocq, Les traumatismes psychiques de guerre, Odile Jacob, Parigi, 1999.

Laurent Tatu: Louis Crocq è un medico militare del Val-de-Grâce. Ha lavorato sugli aspetti storici , partendo dall’Antichità per arrivare agli shock post-traumatici delle guerre recenti, e questo gli conferisce il merito di aver reinserito la Grande Guerra in una prospettiva più ampia. Le sue ricerche, però, sono presentate con un punto di vista strettamente medico, molto tecnico. Noi abbiamo cercato di seguire un approccio più accessibile, concentrandoci sulla Grande Guerra e le sue conseguenze.

O.F.: Cosa l’ha portata ad interessarsi alla questione? Ha forse un legame particolare con la medicina militare e questo conflitto?

L. T.: Il prozio di Julien Bogousslavsky faceva il medico durante la Grande Guerra. Il mio ha subito un’amputazione durante la battaglia della Somme nel 1916. Non l’ho conosciuto, ma ha lasciato delle cartoline, delle fotografie. Suo fratello è morto a Verdun nel 1917, dato per disperso, seppellito dai suoi compagni e poi ritrovato nel 1921, durante le operazioni di scavo nei campi di battaglia. È la storia narrata in La vita e niente altro (Bertrand Tavernier, 1989).

L’episodio è rimasto tabù in famiglia. Dei genitori che assistono alla riesumazione del loro figlio, non è certamente un episodio di cui si abbia voglia di riparlare. Ho cominciato da qui, dal ricostruire questa storia, quando gli archivi vennero aperti. Poi i miei studi si sono estesi al Territorio di Belfort. Sono un uomo di frontiera, la mia famiglia materna è svizzera, quella paterna francese.

Avevo sentito parlare di queste storie di nevrosi di guerra per via di Salins-les-Bains, a venti chilometri da Besançon, e di Gustave Roussy che vi officiava. Ho cominciato rovistando tra gli archivi, indagando in particolare sul processo di Besançon, nel 1917.

Ho scritto insieme a Julien Bogousslavsky un articolo sul “Siluramento”, il trattamento elettrico somministrato ai traumatizzati di guerra. Non ci è stato permesso di pubblicarlo in Francia, perché trattava dei « guardiani del tempio », Gustave Roussy, Clovis Vincent, Joseph Babinski. Alla fine siamo riusciti a farlo pubblicare su una rivista americana di grande diffusione.

Poi abbiamo deciso di scrivere un libro. Gli storici Nicolas Offenstadt e Étienne Anheim ci sono stati di grande aiuto nella rilettura. Siamo anzitutto dei medici, ed il loro contributo è stato prezioso.

Camptocormico.

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier.

O.F.: Siamo in presenza di un fenomeno imponente, ma impossibile da decifrare. Si constata ad esempio, che i casi riconosciuti nell’esercito americano durante uno scontro breve sono proporzionalmente ben più numerosi che nell’esercito francese, cosa che porta evidentemente a porsi delle domande. Lei dice del resto che la gravità di queste malattie non è stata prevista dalla medicina militare, anche se i conflitti recenti ne avevano mostrato la serietà: la guerra dei Boeri (1899-1902) in Africa del sud, la guerra russo-giapponese (1904-1905) e le guerre balcaniche (1912-1913).

L.T.: Sono le prime vere guerre di trincea, con massicci bombardamenti dell’artiglieria. Ma la nozione di “simulatore” di guerra risale alla guerre di Secessione. Per descriverle, il neurologo Silas W. Mitchell usa il termine “malingering”.

Ogni calcolo in effetti è impossibile. Alcuni storici si sono meravigliati della poca rilevanza delle risorse primarie nel nostro libro. Ci siamo serviti molto di fonti secondarie, in particolare degli articoli della Revue de neurologie, perché le fonti primarie sono poche. Abbiamo senz’altro lavorato agli archivi del servizio di sanità del Val de Grâce. Vi si trovano i rapporti mensili dei centri neuropsichiatrici, in particolare quelli di Gustave Roussy, di Clovis Vincent , ma questa è la visione di due zelanti del “Siluramento”.

All’epoca i medici hanno diffuso cifre, percentuali. Per i sostenitori del “metodo brutale”, si è raggiunta una percentuale del 20-30 % di neuropsichiatri potenziali funzionali.

Per quelli che invece seguono una pratica più psichiatrica, che manifestano una certa empatia- come la scuola di Montpellier e di Joseph Grasset ad esempio- si scende al 2 o 3%.

Tutti però sono d’accordo sull’aspetto contagioso della malattia. Abbiamo visto intere sezioni diventare camptocormiche. Perciò, quando gli uni parlano di epidemia, gli altri invocano il semplice contagio. Un meccanismo simile è stato constatato negli isterici di Charcot e di Babinski prima della guerra.

Come l’isteria del resto, che allora era praticamente scomparsa, la camptocormia è la malattia di un’epoca, quella della prima guerra mondiale. Oggi questo termine si usa per descrivere una malattia organica, tipica degli anziani ad esempio, in cui la muscolatura del tronco si è disgregata. A quel tempo era una malattia funzionale, neuropsichiatrica.

O.F: Mettiamo per un momento da parte la questione della simulazione che ossessiona i medici di quell’epoca. Anzitutto, all’inizio della guerra, occorre operare una divisione tra neurologia e psichiatria, il che richiede non pochi sforzi. Si può affermare in definitiva che, come per la chirurgia dell’occhio , dei denti o del viso, la neuropsichiatria faccia enormi progressi in quel periodo?

L.T: È la prima volta che ci sono così tanti casi neurologici e psichiatrici, così tanti medici, neurologi e psichiatri, riuniti in uno stesso posto, in un fronte di 800 km. Molti segni neurologici di cui si fa uso ancora oggi sono stati descritti durante la Grande Guerra. Abbiamo fatto progressi enormi nella topografia cranio-encefalica. Non saranno forse spettacolari quanto la chirurgia maxillo-facciale delle “gueules cassées” (i mutilati al viso), ma sono veri progressi.

Dal punto di vista neuro-psichico i progressi sono più lenti. A partire dalla primavera del 1918, le autorità militari cominciano a cambiare avviso sui traumatizzati di guerra, soprattutto da parte francese. Durante la seconda guerra mondiale, non si esagerava con i “simulatori potenziali”, le nevrosi di guerra. I feriti psichici sono considerati come soldati malati, persino dai medici nazisti.

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier..

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier..

O.F. : Vorrei tornare sulla personalità di Clovis Vincent, che sembrava dotato di grande brutalità ma anche di grande coerenza nelle sue scelte. Lei cita una frase di Freud riguardo i trattamenti con l’elettricità. Trovo che gli si addica perfettamente: « Questo procedimento terapeutico presentava un vizio congenito. Non mirava a far ristabilire il malato, in ogni caso non prioritariamente, ma anzitutto a ristabilire la sua capacità di combattere. »

L.T: Clovis Vincent è un combattente, oggi sarebbe urgentista. È un uomo che crede in quello che fa. Crede di poter rimandare al fronte dei soldati che per lui non sono simulatori coscienti ma incosapevoli. Dopo quanto avvenuto allo zuavo Deschamps, un paziente che rifiuta di sottoporsi al trattamento elettrico, e ribellatosi finisce con l’essere riempito di botte, si rende conto di essere andato troppo oltre. Chiede quindi di tornare al fronte, anche perché gli sembrava giusto essere d’esempio, come aveva già fatto nel1915.

Cerca di redimersi per la sua condotta, per così dire. Nel periodo tra le due guerre, diventa il co-fondatore della neurochirurgia francese. Ed in quello stesso momento, Thierry Martel, l’altro co-fondatore della neurochirurgia in Francia, sceglie il suicidio.

Del tutto diverso è l’esempio del dottore Gustave Roussy. Nato in Svizzera, si naturalizza francese nel 1910. Allievo di Babinski, manifesta subito un interessamento al “metodo brutale”, cioè all’idea di un trattamento choc per gli isterici e gli istero-epilettici. Dopo le prime settimane di guerra, ha una giusta intuizione, ossia la creazione di centri neuro-psichiatrici dell’esercito, cioè vicino al fronte. Per lui è necessario separare i feriti neurologici da quelli feriti fisicamente. Tuttavia, arrivato al potere, divenuto direttore del centro neuro-psichiatrico del decimo reggimento, comincia a perdere il controllo. Usa dei vomitivi, delle iniezioni di fenolo. Quando Clovis Vincent decide di fermarsi, Gustave Roussy crea il centro di Salins-Les-Bains. Ha il sostegno della gerarchia militare che lo considera il successore di Vincent. Pubblica sulla Revue neurologique ed ottiene dei risultati. Apre un secondo ospedale nel dipartimento dell’Ain. Lavora praticamente in quantità industriale. È presto sopraffatto. Trovandosi a dover far fronte ai primi rifiuti di trattamento, manda cinque camptocormici davanti al Consiglio di guerra. È il processo di Besançon, nel 1917. Nella primavera del 1918, la fine della guerra è vicina, la gerarchia si mostra più diffidente davanti ad un così grande numero di “isterici inveterati”. Viene istituita una Commissione. É abbandonato sia dall’esercito che dalla stampa. Persevera sino all’ultimo rapporto mensile dell’ottobre 1918, in cui i suoi propositi sono di una violenza inaudita.

Quanto alla frase di Freud, bisogna sapere che i primi mesi di guerra sono i più mortiferi. Dal 1915 si deve affrontare una penuria di uomini. Si anticipano le classi, si riavviano consigli di revisione. Circa i 5 milioni di feriti, non bisogna dimenticare che alcuni sono stati feriti più volte. Non appena ristabiliti, a parte gli amputati, venivano rispediti al fronte.

O. F. : Una delle rarissime opere ad affrontare l’argomento dei traumatizzati tra le due guerre è il Viaggiatore senza bagaglio (1937) di Jean Anouilh.

L.T: Quest’opera teatrale trae ispirazione da una storia affasciante. Nell’angoscia per i 300 000 dispersi, ci sono una decina di famiglie che riconoscono questo “morto-vivente”, un soldato amnesico ritrovato a Lione su un binario di una stazione.

Per il resto, è vero che l’argomento viene affrontato raramente. C’è stato il film Les Fragments d’Antonin nel 2005. Ci sono dei film d’epoca. Clovis Vincent o Gustave Roussy sono stati ripresi durante i loro “exploits”. Le pellicole si trovano al Forte d’Ivry, non sono ancora riuscito a visionarle o ad averne una copia.

Tra le testimonianze scritte, si possono citare i diari del bottaio Barthas, delle descrizioni possono essere rinvenute in Maurice Genevoix, in Erich-Maria Remarque, ma è sempre la parola pazzia a ritornare. Non c’è quasi nulla sulle ripercussioni fisiche dei disordini psichici: nulla sui camptocormici ad esempio, né sui ciechi di guerra.

Une célèbre caricature de Clovis Vincent

Famosa caricatura di Clovis Vincent (1879 – 1945), padre della neurochirurgia francese.  C’è un omofonia in francese tra Vincenzo di Paola (Vincent de Paul) e Vincenzo dei Poli (Vincent de Pôles). Insieme a Gustave Roussy (1874-1948), stimato cancrologo tra le due guerre, Clovis Vincent pratica il cosidetto « torpillage » [siluramento], cioè la somministrazione di scariche elettriche sui feriti psichici.

O.F: Lei cita ancora Freud che scrive dopo la guerra: « La causa primaria di tutte le nevrosi di guerra era la tendenza, inconscia nel soldato, à sottrarsi alle esigenze del servizio di guerra ».

L.F: È Joseph Babinski, allievo di Charcot, ad aver inventato la nozione di simulazione inconsciente. Ha trasformato la concezione del suo maestro nel 1908, passando dalle cause organiche a quelle psichiche per spiegare l’isteria. È la nascita di quello che lui chiama pitiatismo. Bisogna convincere il paziente, ed è da qui che si passa alla nozione di simulazione incosciente. Bisogna ridare al paziente la “buona volontà” di guarire con il “metodo brutale”. Freud è molto ambivalente, è difficile conoscere le sue posizioni sulla questione delle nevrosi di guerra.

O.F: Nel suo libro Ein unsichtbares land (Un paese invisibile) (Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 2003), Stefan Wackwitz scrive : « È una malinconia pericolosa e velata in modo singolare che uomini così diversi come Ernst Jünger, Max Beckmann e Adolf Hitler hanno riportato dalle trincee, un miscuglio di malumore colossale, di insensibilità ostentatoria, di mania di avere sempre ragione e di stati di eccitazione occasionali ma incontrollabili. ». Una domanda rimane in sospeso. Chi è uscito indenne da questa guerra?

L.T: Penso che le sofferenze si siano dovute esprimere nel quadro familiare. Non vedo come un individuo di costituzione normale potesse uscire indenne da un soggiorno nelle trincee. Prendiamo l’esempio di Rudolf Hoess, arruolato come volontario a sedici anni nella prima guerra mondiale, più in là direttore del campo di Auschwitz. Le sue memorie hanno ispirato a Robert Merle La morte è il mio mestiere. Quest’ultimo libro non vene più studiato in classe, ed è facile capire il perché. Leggendolo, si ha davvero l’impressione di un individuo programmato per fare quello che farà un quarto di secolo più tardi.

Nel periodo tra le due guerre, tranne tra gli artisti, nulla traspariva nel quadro sociale. Si è andati troppo oltre nel diniego sia dal punto di vista militare che medico, nel rifiuto dei traumatizzati di guerra. Si è arrivati sino a fare pagare le spese di ricovero, sino ad accusare le famiglie.

Traduzione dal francese di Sara Nigro, che ringrazio.  Testo originale in francese.

Laurent Tatu et Julien Bogousslavsky, La folie au front. La grande bataille des névroses de guerre (1914-1918), Paris, Imago, 2012.

Laurent Tatu et Julien Bogousslavsky, La folie au front. La grande bataille des névroses de guerre (1914-1918), Paris, Imago, 2012.