Dormira jamais http://dormirajamais.org " Tout est près. Les pires conditions matérielles sont excellentes. Les bois sont blancs ou noirs. On ne dormira jamais." André Breton, Manifeste du surréalisme, 1924. Tue, 11 Jun 2013 14:26:08 +0000 fr-FR hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.5.1 Africa centrale 1899: la missione Voulet-Chanoine nel cuore di tenebra, intervista a Chantal Ahounou. http://dormirajamais.org/africa/ http://dormirajamais.org/africa/#comments Tue, 04 Jun 2013 23:26:16 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10082  
Nel 1884-1885, alla conferenza di Berlino, quattordici potenze rispondono alla chiamata del cancelliere tedesco Otto von Bismarck, per decidere come dividersi l’Africa Settentrionale. Sette di loro erano destinate a divenirne i proprietari effettivi in un futuro prossimo.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, solo gli imperi di Etiopia e la Liberia conservano la loro indipendenza, anche se grandi porzioni della Libia , del Sudan e della Mauritania rimangono autonome. L’impero coloniale francese è a quel tempo il secondo al mondo ed il primo in Africa. Occuperà, al suo culmine nel periodo tra le due guerre, circa il dieci per cento delle terre emerse del globo e conterrà più del cinque per cento della popolazione mondiale, madrepatria compresa.

Nel 1898 si svolgono contemporaneamente due eventi di grande rilievo, che riguardano l’onore dell’esercito francese o il destino del suo impero coloniale. A gennaio Émile Zola pubblica Io accuso nel giornale L’Aurore, dando una nuova dimensione al caso Dreyfus. L’opinione pubblica è divisa tra la difesa incondizionata di un innocente e la scelta militare per quanto autoritaria. A settembre il corpo di spedizione inglese di Lord Kitchener arriva davanti Fachoda.

Questa postazione avanzata del Sudan é occupata dal distaccamento del comandante Marchand. I due ufficiali si rimettono alle loro due rispettive diplomazie . Davanti all’inflessibilità di Lord Salisbury ed all’isolamento diplomatico della Francia, Paul Delcassé è costretto ad ordinare un ripiegamento delle truppe francesi. La decisione diventa effettiva all’inizio di dicembre. Per l’Impero coloniale francese crolla il sogno di una traversata dell’Africa da Est ad Ovest. Quello di una traversata dal Cairo sino a Città del Capo rinasce per l’impero britannico. Questa è la posta in gioco di un evento che ha quasi causato una guerra europea.

In questo clima di competizione coloniale, nel luglio 1898, il ministro delle colonie Lebon decide di predisporre la missione in Africa Centrale, che sarebbe partita dal Niger. La missione avrebbe dovuto conquistare il Ciad dopo essersi unita alla missione Foureau-Lamy partita dall’Algeria , e alla missione Gentil partita dal Medio Congo. L’obiettivo è di unire l’Africa Occidentale francese alle colonie della futura Africa Equatoriale.

La spedizione Voulet-Chanoine, composta da 50 tiratori, 20 Spahi, 200 tiratori ausiliari e 700 portantini, è guidata da 8 ufficiali e sotto ufficiali bianchi. Si mette in marcia nel gennaio 1899. Fà mostra di una brutalità inaudita che culmina a maggio con la distruzione di una città di 8.000 abitanti, Birni N’Konni, nell’attuale Niger. Le voci sull’uso indiscriminato della violenza arrivano sino al ministero.

Una seconda spedizione, capitanata dal tenente-colonnello Klobb, è mandata alla ricerca della colonna infernale. Dopo mesi di càccia, alla luce di scoperte sempre più macabre, il tenete colonnello Klobb pensa che sia giusto mandare a Voulet e Chanoine l’annuncio della loro destituzione. Appresa così’ la notizia, il capitano Voulet dà ordine di aprire il fuoco quando le due colonne si incontrano a Dakori il 14 luglio 1899. Il tenente-colonnello Klobb viene ucciso ed il suo aggiunto Meynier é ferito. Secondo la versione ufficiale, Chanoine e Voulet scompaiono a loro volta, uccisi dalle loro truppe, rispettivamente il 16 ed il 17 luglio, e sepolti in quel luogo. Nel 1923, tuttavia, Robert Delavignette, un giovane amministratore coloniale, farà aprire le loro tombe che troverà vuote.

La spedizione continua con la missione di nome Joalland Meynier. Opera il congiungimento con le missioni di Gentil e Foureau-Lamy nel gennaio del 1900, lungo le rive del lago Ciad. Ad aprile, la battaglia di Kusseri porta a termine la conquista. Riscattati dai loro successi, Joalland e Pallier, i due tenenti superstiti della missione Voulet-Chanoine, evitano il consiglio di guerra. L’inchiesta avviata dal ministero delle Colonie viene chiusa nel 1902 e non sarà pubblicata. Ufficialmente la missione Voulet-Chanoine è riportata negli annali della storia coloniale come una tappa nella conquista del Ciad e la costituzione dell’Africa Equatoriale francese.

Olivier Favier : Il cinquantenario delle indipendenze ufficiali è stato occasione di una timida apertura sui dibattiti quasi del tutto occultati circa le guerre di decolonizzazione. Ma la “corsa all’Africa” della fine del diciannovesimo secolo cela ancora ampie zone d’ombra, un’ ignoranza che la distanza temporale, aggiunta ad una reale assenza di archivi, rende ormai difficile da colmare. I crimini della missione Voulet-Chanoine possono tuttavia essere localizzati e datati con precisione. Per rintracciarli, lei ha raccolto numerosi documenti in un libro: À la recherche de Voulet : sur les traces sanglantes de la Mission Afrique centrale, 1898-1899 [Alla ricerca di Voulet: sulle tracce insanguinate della Missione Africa centrale, 1898-1899] pubblicato presso la casa editrice Cosmopole. In questo caso l’oblio non può’ essere imputato alla scomparsa delle tracce, poiché racconti accurati sono stati divulgati da testimoni diretti, il caso è stato dibattuto in parlamento, il deputato Paul Vigné d’Octon ha persino reclamato, invano, la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare. Per quale motivo, dopo essere stata al centro della cronaca, la questione è subito ricaduta nell’oblio?

Chantal Ahounou: Le ragioni di questa amnesia sono molteplici. Bisogna cercarle nel complesso rapporto che la Francia ha sempre mantenuto con il suo passato coloniale. Nel diciannovesimo secolo la Francia si lancia in quest’epopea che raggiunge il suo apogeo con l’esposizione universale del 1931 al bois de Vincennes. Le sommosse sopravvenute nel 2005 hanno reso visibile una parte della popolazione francese originaria delle antiche colonie. Il passato coloniale così lungamente represso, è brutalmente risorto.

Il cinquantenario delle indipendenze(1) è occasione per la Francia di interrogarsi sulla storia del suo Impero coloniale, ma anche di fare un bilancio. Messa a confronto con la sua eredità coloniale, la Francia comincia timidamente a rendersi conto di ciò che è stata la dominazione coloniale subita dalle popolazioni africane.

All’epoca del caso Voulet-Chanoine, la Francia ha già iniziato la conquista coloniale. Essa ha lo scopo di far dimenticare la sconfitta del 1870. La Francia colonizza l’Africa anche in nome della democrazia, seguendo la linea guida della filosofia dell’illuminismo e dei principi della rivoluzione del 1789. Nel 1898-1899, il regime politico è scosso da crisi ministeriali. Il 1898 è l’anno dell’umiliazione della Fachoda e nel 1899 si annuncia la revisione del processo Dreyfus. Lo scandalo di quel processo ha straziato abbastanza il paese. Il proseguimento dell’espansione coloniale è percepito come il mezzo « per evitare un’ inevitabile decadenza ». Per ridare lustro alla sua immagine, « una delle missioni assegnate d’ora in poi alla colonizzazione, è di riunire i Francesi intorno ad un progetto coloniale che contribuisca al risorgere dello spirito nazionale ». Ci ricordiamo ancora del discorso di Jules Ferry sulla missione civilizzatrice della Francia: « Se la Francia vuole restare un grande paese, deve diffondere ovunque sia possibile la sua lingua, i suoi costumi, la sua bandiera, le la sua gente ed il suo genio »(2). Il suo discorso continua come segue: « Ripeto che compete alle razze superiori un diritto, cui fa riscontro un dovere che incombe loro: quello di civilizzare le razze inferiori ». Il 30 luglio, Clémenceau replica duramente: « Razze inferiori! razze superiori! Si fa presto a dire. Per quanto mi riguarda, io non ci credo, in particolar modo dopo aver visto degli studiosi tedeschi dimostrare scientificamente che il Francese appartiene ad una razza inferiore al Tedesco. No, non esistono diritti di nazioni dette superiori su nazioni dette inferiori. […]. La conquista che voi auspicate non è altro che l’abuso della forza che la civiltà scientifica autorizza sulle civiltà rudimentali per impadronirsi dell’uomo, torturarlo ed estrarre tutta la forza che è in lui con il pretesto di civilizzare. Ma non cerchiamo di rivestire la violenza col nome ipocrita di civiltà. »(3)

Quello su cui ci si interroga relativamente alla colonna Voulet-Chanoine, è come l’esercito giustifichi o addirittura approvi l’uso della violenza. Questa pratica militare coloniale suscita ancora ,ai nostri giorni, numerose polemiche.

Verso la metà del diciannovesimo secolo, si afferma un tipo particolare di uomo. Lo specialista o il professionista d’Africa. È il militare di carriera che secondo Raoul Girardet è un « nuovo tipo sociale ». Non è più un semplice soldato, ma un « fondatore dell’Impero ». L’esercito è un elemento dell’unità nazionale. É l’orgoglio della Francia. Ora, il tempo delle missioni pacifiche è concluso. Le guerre coloniali recano in sé una brutalità inaudita. Paul Volet, figlio di un medico, in principio si è arruolato come soldato semplice nelle truppe della marina prima di diventare capitano. Viene descritto come uomo sanguinario e crudele. Il tenente Charles Chanoine proviene da Saint-Cyr. Suo padre è stato un generale prima di diventare, per un po’ di tempo, ministro di guerra. I due ufficiali sono ambiziosi e carrieristi. La missione Africa arriva giusto a proposito. Sono incaricati di conquistare numerosi territori nel cuore dell’Africa e questo non può essere fatto con gentilezza. L’esercito ha i suoi codici e le sue regole sul suolo europeo, ma in Africa sembra che tutto sia lecito poiché le popolazioni sono per natura inferiori e barbare.

La missione Voulet-Chanoine è il simbolo della conquista coloniale spinta al parossismo, per riprendere le parole di Elikia M’Bokolo. I due ufficiali razzìano, saccheggiano, uccidono a sangue freddo le popolazioni africane. Si lasciano dietro cadaveri, e la notizia dei loro misfatti si diffonde in un lampo. Portano con sé i loro trofei: delle teste mozzate. Il deputato Vigné d’octon che è alla ricerca di ogni tipo di scandalo coloniale, insorge contro le macchinazioni dei due ufficiali. Ordina che sia avviata un’inchiesta l’8 ottobre 1899. Quest’ultima è rigettata dalla Camera dei deputati il 7 dicembre del 1900. L’inchiesta che il ministero delle Colonie aveva richiesto, termina il I settembre 1900. Non ci sarà alcun seguito. In verità, i due ufficiali hanno avuto « il buon gusto di morire in fretta ».

La repubblica non può permettersi un altro scandalo perché il caso Dreyfus ha lacerato il paese. Bisogna completare la missione costi quel che costi evitando “errori”. I Capitani Joalland e Meyner contribuiranno a portare a termine brillantemente le missione Africa centrale. Essi fanno dimenticare molto in fretta le gravi inefficienze della missione Voulet-Chanoine. Qualche tempo dopo, i due ufficiali sono nominati generali. A mio avviso non è la “repentinità”, una follia improvvisa, che è all’origine degli atti di barbarie dei due uomini, ma i metodi in uso a quel tempo in seno all’esercito coloniale. È meglio, quindi, insabbiare la questione. Uno degli aspetti più cupi della repubblica è così sepolto nei ricordi a vantaggio di un superiore interesse.

Olivier Favier: La maggior parte delle testimonianze sono state diffuse dopo la prima guerra mondiale .Nel 1930 il vecchio tenente Joalland, divenuto generale, evocò’ Il Dramma di Dankori. L’anno successivo, la vedova del tenente-colonnello Klobb raccolse i suoi scritti e quelli del tenente Meynier. Ma bisogna attendere il 1976 perché uno scrittore e storico Jaques-Francis Rolland, decida di scriverci un saggio, Le grand capitaine (Il gran Capitano), che reca come sottotitolo “uno sconosciuto avventuriero dell’epopea coloniale”. Jean-Paul Enthoven, che fa la recensione del libro sul “Nouvel Observateur”, stabilisce un parallelismo –davvero impressionante-, tra la storia reale ed il romanzo di Rudyard Kipling pubblicato nel 1888, L’uomo che volle farsi re. Per il resto, si limita adevocare i fantasmi di Maurice Barrès e Paul Déroulède per l’enfasi letteraria per dare enfasi letteraria. Come spiegare allora che alla scoperta di questo sanguinoso episodio, non si associ null’altro che una semplice visione epica?.

Chantal Ahounou:  Ho letto di recente che il mito romantico dell’ufficiale costruttore è oggetto di intensa propaganda all’epoca coloniale. È presente ancora oggi, sotto altre forme, negli ambienti militari .Allora mi sono ricordato che esiste tutta una letteratura dedicata alla celebrazione dell’impero e della sua opera. Ho scorso molti romanzi, racconti di viaggio, racconti fatti da scrittori, amministratori, militari, giornalisti che danno voce ad una grande delusione o ad una totale adesione agli accenti epici ed esaltati di qualsiasi forma di propaganda coloniale. Nel momento della pubblicazione del libro di Jaques-Francis Rolland, l’idea che la Francia sia stata una grande potenza imperiale è molto pregnante. La storia continua a perpetuare il mito della superiorità dell’uomo bianco e persino dopo le decolonizzazioni gli stereotipi applicati alle colonie restano ben radicati in seno alla società francese. È all’opera una politica dell’oblio della storia coloniale e dei suoi abusi.

Il libro , Le grand capitaine (Il Gran Capitano) cerca diattraversare lo specchio dell’oblio. Ma per il pubblico non è tanto la veridicità della storia che conta. Quanto « l’avventuriero dalle mascelle d’acciaio », poiché il Capitano Voulet è percepito come un personaggio romantico. È un eroe o un anti-eroe che parte alla conquista di uno spazio sconosciuto ed ostile. Incarna l’immagine coloniale dell’avventuriero che si lascia tutto alle spalle, e non ha, forse, pronunciato queste strane parole, dopo aver ucciso il colonnello Klobb?: »Del resto, non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Adesso sono un fuorilegge, rinnego la mia famiglia, il mio paese, non sono più francese, sono un capo nero… »(4)

Nell’opera di Jaques-Francis Rolland, si è immersi contemporaneamente in un’Africa fantasma , in una sognata ed in una vissuta. Si legge della realtà del deserto, della fame, della sete , della violenza e della perversione. Nell’altro mondo, il continente africano, Voulet deve confrontarsi con una perdita d’identità. Non si riconosce più nell’ideale colonizzatore della sua missione. Credo che sia la complessità del personaggio in uno spazio straniero che affascina il lettore più del contesto storico. Voulet è diventato personaggio di finzione?

Olivier Favier: Nel 1986 una svolta si presenta con il film franco-mauriziano di Med Hondo. Sarraouina racconta, infatti, la missione Voulet-Chanoine dal punto di vista africano attraverso la storia della regina degli Aznas che organizza una viva resistenza. Nel 1996 sono pubblicati i libri di Jean-Claude Simoën e di Muriel Mathieu. Nel 2004 un telefilm ed un documentario escono simultaneamente. In quest’ultimo si scopre che il ricordo di quella spedizione è ancora vivissimo nei luoghi che essa ha attraversato. Quali sono state le reazioni all’uscita del suo libro nel 2001? Le sembra che oggi si conosca un po’ meglio questa storia?

Chantal Ahounou: Alla sua uscita, il libro ha suscitato vivo interesse nel pubblico. Nelle librerie è stato collocato nello scaffale riservato ai racconti di viaggio. Penso che per una parte del pubblico non sia tanto quello che questo libro rivela sulla storia coloniale a suscitare interesse, quanto più la traversata infernale della colonna Voulet-Chanoine. Una trasmissione su RFI mi ha permesso di mettere in luce quest’aspetto sordido della colonizzazione. Aggiungo che Nicolas Offenstadt(5) ha mostrato bene sino a che punto i francesi si appassionino agli scandali ed ai casi. Questa storia è uscita dall’oblio, è conosciuta un po’ meglio dagli appassionati di storia e dagli storici, ma c’è ancora molto da fare. Mi ricordo che nel 2004, all’uscita del documentario di Serge Moatti Blancs de mémoire (Bianchi di memoria) ho proposto ai miei colleghi di comprarlo per il laboratorio di storia e geografia. Mi è stato risposto che non era una priorità. Ètrascorso del tempo. Nel 2009, l’educazione nazionale ha introdotto nei programmi di seconda media, la storia africana medievale. Il documentario realizzato in collaborazione con il CNDP è stato finalmente acquistato. Ma, evidentemente, sono il solo ad utilizzarlo! Dal 2005 vi è un “bisogno” di capire il continente africano che riguarda un ampio pubblico. Noto con immenso piacere che alcune librerie propongono un numero crescente di opere sul continente africano. Ma resta ancora molto lavoro da fare affinché la storia coloniale venga considerata come un elemento importante della storia nazionale. Catherine Coquery, in un capitolo di d’Enjeux politiques de l’histoire coloniale, (Obiettivi politici della storia coloniale), intitolato « Amnésie et silences », (“Amnesia e silenzi”), apporta numerosi chiarimenti sulla questione(6).

La storia coloniale trascura la resistenza degli Africani di fronte alle violente invasioni del continente africano da parte degli europei. Questa storia si conosce ancora poco. Ma la regina Sarraounia rimane una vera e propria leggenda. Lo scontro dell’Africa con l’imperialismo coloniale fu molto duro. Come scrive Eilikia M’Bokolo: « Le resistenze alla conquista coloniale sono divenute momenti fondativi del nazionalismo africano, ed il riferimento a quelle resistenze, è uno dei componenti più comuni della moderna politica in Africa. Se la moltiplicazione dei lavori mostra sempre più la complessità delle resistenze, essa ha da molto tempo sottratto all’intrusione coloniale gli ornamenti epici e mitici con cui la si era rivestita. »(7) Gli africani hanno opposto resistenza, ma lo scontro è sempre stato impari.

Olivier Favier: Le colonne mobili sono un classico della conquista coloniale francese, dalla « pacificazione » di Bugeaud in Algeria. Nel corso dei secoli, esse sono state utilizzate da Gallieni nel Madagascar o da Lyautey in Marocco. Nel dibattito intorno al caso Voulet-Chanoine, non è stato questo metodo ad essere messo in questione, eccetto,forse, dallo scrittore e deputato anticolonialista Paul Vigné d’Octon, ma la disobbedienza dei due capitani. La loro follia sembra la riproduzione esatta di un immaginario letterario. Questa storia è un caso unico in quel periodo?

Chantal Ahounou : Questa storia non è un caso unico. Qualche anno più tardi, scoppia un altro scandalo in Congo. I fatti hanno avuto luogo a Fort-Crampel, il 14 luglio del 1904. Il commissario di prima classe Léopold Gaud lega una cartuccia di dinamite al collo di un nero per farlo saltare in aria. È uno scandalo enorme. Col procedere delle rivelazioni, si scopre che ci sono due seviziatori. L’amministratore Georges Toqué è accusato di aver annegato un nero, e colpevole del furto di qualche cartuccia. Gaud e Toqué sono infine condannati a cinque anni di prigione il 25 agosto del 1905, ma la corte accoglie una domanda di riduzione di pena e i due colpevoli vengono prontamente rilasciati. Nello “Stato indipendente del Congo”, proprietà del re del Belgio Leopoldo II, si uccide in silenzio. Il sistema di sfruttamento del caucciù e dell’avorio ha come conseguenza abusi che sono denunciati dal giornalista britannico Edumnd Morel. Egli porta alla luce del sole gli abominii di questo tipo di commercio, incendi nei villaggi, massacri con fucilazione, impiccagione o crocifissione. Il giornalista mostra delle foto di alcuni bambini ai quali mancano le mani o i piedi. Nel suo libro Viaggio al Congo, André Gide condanna i trattamenti inumani dalla compagnia delle foreste dello Shanga-Oubangui (CSFO). La lista delle violenze è lunga. Mi rammento anche del massacro degli Herero per mano del generale von Trotha nel 1904. Ci sono stati tra gli ottocentomila e un milione di morti.

Nel 1898, Joseph Conrad redasse un magnifico romanzo: Cuore di tenebra. Non smetto mai di rileggerlo. Un altro saggio che mi accompagna sempre è quello di Sven Lindqvist Sterminate tutti questi bruti. Scrive l’autore: « E quando quello che era stato celato nel cuore delle tenebre si riprodusse nel cuore dell’Europa, nessuno lo riconobbe. Nessuno volle ammettere quello che era chiaro a tutti. »(8) I massacri continuano sotto i nostri occhi…

Traduzione dal francese di Sara Nigro, che ringrazio. Testo originale in francese.

En 1939, huit ans après l'inauguration du Palais de la Porte dorée, aujourd'hui siège de la Cité nationale de l'histoire de l'immigration, est érigé ce monument au commandant Marchand, chef de la mission Congo-Nil. Une longue frise, dans le même style art déco que le la façade du musée colonial -où l'on voit les richesses du monde affluer vers la métropole, montre soldats coloniaux et indigènes marchent d'un pas vaillant vers un destin qu'on devine héroïque. Plein de sollicitude, un soldat français s'agenouille pour panser la jambe d'un tirailleur. Rien n'a été ajouté à ce monument au colonialisme pour lui donner une dimension historique. Photo: Olivier Favier.

Nel 1939, otto anni dopo l’inaugurazione del « Palais de la Porte dorée », ormai siede della « Cité nationale de l’histoire de l’immigration », viene eretto questo monumento al comandante Marchand, capo della missione Congo-Nilo. Un lungo fregio, di cui lo stile art déco ricorda la facciata del museo coloniale -su quest’ultima vediamo le ricchezze dei quattro continenti  affluire verso la metropoli. Sul monumento dedicato a Marchand invece, soldati coloniali e indigeni marciano bravamente verso un destino sicuramente eroico. Un soldato francese si inginocchia per medicare la gamba ferita di un « tirailleur ». Non è stato aggiunto nulla a questo monumento al colonialismo per dargli una dimensione storica. Foto: Olivier Favier.

  1. Quelle delle ex-AEF e AOF, di Madagascar, del Togo, ma anche dell’ex-Congo belga, nel 1960. [L'intervista è stata realizzata nel 2010]
  2. Dulucq, Sophie, Zytnici Colette, « À l’aube de la guerre 14-18, l’opinion française est désormais convertie à l’idée coloniale » in Histoire et Patrimoine, n°3, p.43.
  3. Discorso alla camera, 28 luglio 1885.
  4. Joalland Paul , Le drame de Dankori (mission Voulet-Chanoine, mission Joalland-Meynier), Paris, nouvelles Editions Argo, 1930.
  5. Nicolas Offenstadt et Stéphane Van Damme, Affaires, scandales et grandes causes, de Socrate à Pinochet, Paris, Stock, 2007.
  6. Coquery –Vidrovitch, Catherine, Enjeux politiques de l’histoire coloniale, Agone, Paris, 2009 , pp 53-60.
  7. M’Bokolo,Elikia, Afrique, Histoire et civilisations, Tome 2 (XIXe-XXe siècles), Hatier- Aupelf, Paris, 1992, p. 273.
  8. Lindqvist, Sven, Exterminez toutes ces brutes, Paris, Les Arènes, 2007 p. 227. Il libro non è stato tradotto in italiano.
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Amianto, una storia operaia, intervista ad Alberto Prunetti, Parigi, Marcovaldo, 27 maggio 2013. http://dormirajamais.org/amianto/ http://dormirajamais.org/amianto/#comments Tue, 04 Jun 2013 12:47:46 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10177  
Questa intervista è stata realizzata alla libreria-caffè Marcovaldo di Parigi, il 27 maggio 2013. 

Alberto Prunetti è nato e cresciuto a Piombino in Maremma all’inizio degli anni Settanta. Dal 2005 fa parte della redazione della rivista Carmilla on line, diretta da Valerio Evangelisti, che ha curato la bellissima prefazione del libro di cui parleremo qui.

È traduttore dallo spagnolo e dall’inglese, ha vissuto a lungo in Argentina ed è anche fotografo. Lo si potrebbe definire perlomeno come un’intellettuale organico ma anche un po’ come un erede dei vecchi operai della Maremma, un intellettuale «tuttofare» -ci vedo il risorgere, nella nostra generazione, di una specie di mente enciclopedica un po’ settecentesca, che ci spinge fino ad abbracciare il mondo intero, ed in modi diversi. Almeno di questo ci possiamo inorgoglire. Il suo primo libro risale al 2003. Si chiama Potassa edè stato pubblicato da una casa editrice mitica, Stampa alternativa. Raccontava una storia di ribelli dimenticati in Maremma. Il quarto libro, Amianto, pubblicato presso Agienza X, di cui parleremo stasera, l’autore stesso lo autodefinisce così, verso la fine della storia che racconta: «Questa è la sua storia, la storia operaia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del ’73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo, ammalati dopo avere smesso di lavorare.» Quest’uomo si chiama Renato, ed è il padre dell’autore.

Alberto Prunetti (fotografia di Stefano Pacini).

Alberto Prunetti (fotografia di Stefano Pacini).

Olivier Favier: «Quando da piccolo la maestra mi chiedeva qual era il lavoro di mio padre, io imparai presto a dire «tubista», anche se non capivo cosa volesse dire». Mi ha colpito questa frase, scritta nelle prime pagine del libro, quando poco a poco accetti di raccontare la tua storia in comune con un uomo che presenti così: «si chiamava come me ed era nato nel giorno in cui sono nato, eppure non sono io». Tuo padre è morto nel luglio 2004. Nove anni dopo, ti fai di nuovo scrittore per raccontare la sua vita e ci confessi subito: «Questa storia comincio a raccontarla controvoglia.» Una reticenza, e anche un pudore, che immediatamente però dà un colore particolare al libro, un mistero, una profondità. Ti seguiamo subito in questo lavoro di inchiesta che poco a poco diviene la nostra. Come ti è venuta questa – chiamiamola così- necessità?

Alberto Prunetti 1

Olivier Favier: Mentre preparavo il nostro incontro, mi sono documentato un po’ sull’amianto, l’uso del quale in Francia, come saprai, è stato proibito solo nel 1997, quindi con un ritardo ancora maggiore rispetto al 1992 dell »Italia, che però non ne proibisce l’uso, ma solo la vendita. In Italia c’è stato lo scandalo Eternit, e la sentenza storica del febbraio 2012: sono stati condamnati in primo grado due dirigenti, tra cui l’ex presidente del consiglio di ammistrazzione, a 16 anni di reclusione per « disastro ambientale doloso permanente » e per « omissione volontaria di cautele antinfortunistiche ». In Francia, lo scandalo ha toccato i vertici del potere politico. Queste cose le sappiamo tutti. Ma per quanto mi riguarda la vera sorpresa è stata di scoprire che i primi rapporti degli ispettori del lavoro sulla nocività dell’amianto, sia in Inghilterra che in Francia, risalgono alla fine dell’Ottocento. Nel mondo antico, l’amianto era già considerato una sostanza eccezionale perché resisteva al fuoco -in certe famiglie richissime dell’Impero romano, si lavavano le tovaglie di amianto buttandole nel fuoco- ma già si sospetteva che ciò potesse essere dannoso per il polmoni. Leggendo questo, mi sono fatto delle domande molto semplici. Le risposte magari lo saranno di meno. I rapporti ufficiali a livello internazionale si sono moltiplicati dagli anni 60 in poi. Mi chiedo infatti quando e come tuo padre si sia reso conto dei rischi che stava correndo. Se ne parlava nelle fabbriche in cui ha lavorato? Sembra, o forse mi sbaglio che tali rischi siano stati sottovalutati anche da parte dei sindacati, come se la gravità del pericolo fosse stata scoperta quando era già troppo tardi.

Alberto Prunetti 2

Olivier Favier: Tuo padre è nato nel ’45, tu nel ’73. Ci racconti di un mondo in cui, ad esempio, «mangiare era un’ideologia» : siamo tanti a condividere, mi pare, un ricordo come questo. Parli degli anni Ottanta come «anni di merda» e aggiungi «per come me li ricordo io». «I settanta invece (erano) anni felici, in cui il lavoro non (mancava) et la vita (seguiva) i propri rivoli. Anni di alti salari e alta conflittualità, anni bellissimi, che solo chi non ha mai lavorato in fabbrica poteva definire «plumbei».» Certo che il mondo secondo Craxi era roseo solo sui manifesti del partito, ma mi pare che in questo paragone c’entri anche un po’ la classica opposizione tra infanzia e adolescenza, il ricordo idealizzato e la scoperta che il mondo può essere anche bruttissimo. Prima, tu sei conscio che qualcosa non va, però è tua madre a ricordartelo. È lei che dice: «Ti ricordi quando siamo andati ad Aquileia? Credo fosse il 1977. E una domenica andammo a vedere una chiesa e tu, di fronte a un Cristo in croce, dicesti: «Babbo!»» Un ricordo preciso, tuo stavolta: sei ancora un bambino, ma siamo sull’orlo degli anni Ottanta. Un giorno, un collega di tuo padre rimane ucciso in fabbrica. Ti impediscono di tornare in casa sua, dove c’è Bruno, il figlio, tuo amico. Dici: «Aveva sette anni e per me quel giorno non era morto suo padre. In fabbrica era morto lui.» Infatti, sembra, come succede spesso nelle famiglie, cha la vita del padre si sdoppi in quella del figlio. Scrivere questo libro non è stato anche un modo di sfidare il destino?

Alberto Prunetti 3

Olivier Favier: Poco a poco, sempre con pudore, i ricordi si fanno più precisi. Racconti degli operai che «dovevano scaldarsi con il fuoco dentro i bidoni, come i clochard.» Che tuo padre «tornava a casa il venerdì con le caviglie, che gli rimanevano talvolta fuori dalla tuta, bruciacchiate dalle scintille degli elettrodi della saldatrice fusi». Verso la fine del libro, ritorna questo riferimento all’oggetto, a quello che resta del padre che non c’è più. Scrivi: «In genere infatti la tuta sopravvive al suo portatore, come è successo anche a Renato.» Con questi dettagli, ci troviamo di fronte a due generazioni diverse, la tua e la sua. Ce n’è anche una terza, « un tipo umano in via d’estinzione, l’uomo-tuttofare.» Aggiungi: «Dico la verità, mio padre non era di questa generazione.» Questa domanda ti risulterà forse paradossale insieme a quella che ti ho fatto prima. Ma mi sembra anche che questo libro sia il tentativo di collegarti ad un mondo che poco a poco ti appare meno familiare.

Alberto Prunetti 4

Grazie ad Alessandra Minio per la prezioza rilettura.

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Pour lutter contre le racisme, il faut lutter contre le racialisme, par Élodie Tuaillon-Hibon. http://dormirajamais.org/racisme/ http://dormirajamais.org/racisme/#comments Tue, 28 May 2013 01:38:50 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10163  

1.

Le débat qui fait (timidement) jour sur la suppression  du mot « race » au premier alinéa de l’article 2 de la Constitution de 1958 («Elle assure l’égalité devant la loi de tous les citoyens sans distinction d’origine, de race ou de religion »)  me donne l’occasion d’apporter un point de vue à la fois juridique, politique et historique sur le sujet.
Préciser d’abord qu’en parlant de racialisme, on peut faire référence à plusieurs travaux, notamment ceux de Tzetvan Todorov, dans Nous et les autres [Paris, Seuil, 1989], mais aussi, moins directement certes, à ceux d’Étienne Balibar et Immanuel Wallerstein sur ce qu’ils nommèrent excellemment Les identités ambiguës [Paris, La Découverte, 1988] (et il y a d’autres théoriciens importants que je ne nomme pas).

Par le terme « racialisme », comme d’autres avant moi, j’entendrai donc précisément le fait de faire la promotion, par tous moyens, et quelles que soient les intentions réelles ou supposées, de l’existence de différentes races dans le genre humain, de prendre cela pour acquis incontestable, d’en tirer des conséquences essentialistes,  et de créer sur cette base idéellement des « communautés » la plupart du temps inexistantes.
Pour ma part, je le dis dès maintenant, je suis favorable à la suppression de la disposition actuelle, mais dans le même temps, je suis aussi favorable à l’insertion d’une nouvelle disposition (et cela me semble même nécessaire car on ne combat pas une ambiguïté sans effort de nommer les choses précisément), par exemple :

«Elle assure l’égalité de tous devant la loi sans distinction d’origines ni de croyances, et elle est garante de l’interdiction absolue de distinguer de prétendues races dans le genre humain, qui est un et indivisible.»

Une telle phrase implique un choix en termes de valeurs et donc, c’est un acte éminemment politique, j’en ai conscience.

C’est bien d’ailleurs une partie du problème que d’avoir, ou pas, un tel courage politique.

2.

L’étude juridique la plus complète que je connaisse sur l’introduction dans la Constitution de 1958 de ce mot, est celle qui date déjà de décembre 1992 regroupant plusieurs contributions de différents auteurs dans la revue « Mots » n°33, reproduisant les actes d’un colloque alors intitulé:   »Le mot race est-il de trop dans la constitution française? », colloque porté à l’époque par Simone Bonnafous, Bernard Herzberg et Jean-Jacques Israël.
On y trouve notamment l’étude assez complète de François Borella intitulée: «Le mot race dans les constitutions françaises et étrangères».
Cet article en particulier confirme plusieurs choses.
D’abord la polysémie, dans le langage courant, du mot race.
Par ailleurs, le sens dégradé ou restreint du terme dans le champ juridique, qui signifierait plutôt«origines ethniques et culturelles» qu’il ne renverrait directement au concept biologique.
Ensuite que, pour ce qui concerne la Constitution de 1958, cette phrase et ce mot ne furent ajoutés qu’in extremis, à la dernière minute.
Mais même avec l’aide des documents regroupés dans le célèbre ouvrage de François Luchaire, Documents pour servir à l’histoire de l’élaboration de la constitution de 1958, [Paris, La Documentation française, 1988], on ne sait pas (et on ne saura sans doute pas) qui et comment a in fine réintroduit le mot «race» et cette phrase dans la Constitution de 1958, qui fait écho au préambule de 1946 (intégré au bloc de constitutionnalité, et qu’il faudrait donc changer également…).
Dans cet article de François Borella, on apprend également toutes les bonnes intentions des uns ou des autres, on apprend que la plupart des constitutions « modernes » dans le monde, à l’issue de la seconde guerre mondiale, ont intégré cet impératif de ne pas distinguer selon les races, qui est formulé partout plus ou moins de la même manière, et que cet impératif doit être compris comme la « volonté d’interdire une discrimination raciale » (sic) et d’assurer une « meilleure égalité ».
Et d’ajouter que d’ailleurs, le contre-projet d’Édouard Herriot en 1946, qui comprend le futur Préambule où l’on trouve le mot « race » est repris de celui de la Ligue des Droits de l’Homme, et donc, ne saurait être suspecté de racisme.
(L’auteur étant bien obligé aussi de remarquer que l’égalité devrait être absolue et n’aurait pas besoin d’être spécifiée…)
Cet article de François Borella rapporte par ailleurs un élément intéressant, qui trouve sa place lors des travaux de rédaction du premier projet de constitution de 1946.
Ce sont les mots du rapporteur d’alors, le député socialiste Gilbert Zaksas qui précise, sur un amendement relatif à la race et aux discriminations :

«La Commission repousse cet amendement. Elle est d’accord sur le fond. Mais elle a pensé qu’il n’y avait pas lieu, dans un texte comme la déclaration des droits, de consacrer la notion raciste qui était une arme entre les mains des fascistes et des nazis.»

Je partage pleinement cette analyse.
Mais ce n’est pas ce projet d’avril qui aura finalement gain de cause, on le sait, et le Préambule de la Constitution de 1946 comportant ce même mot «race» sera adopté.

3.

Contrairement à ce que prétendent certains biologistes (ils sont très minoritaires, et si certains quotidiens nationaux ne leur donnaient pas de temps à autre une tribune, on ne les connaitrait même pas), la notion de race n’est pas une notion scientifique.
Il n’existe rien comme une preuve scientifique de l’existence des «races humaines». Il n’existe même aujourd’hui que des preuves du contraire.
Comme le rappelait à juste titre Albert Jacquard:

« Il se révèle impossible de classer les différentes populations humaines en races. Selon le niveau de précision que l’on cherche à respecter, on peut finalement énoncer soit qu’il n’y a pas de races dans notre espèce, soit qu’il n’y en a qu’une : l’Humanité, soit qu’il y en a autant que d’humains, soit que le « concept de race n’est pas opérationnel pour notre espèce ». La conséquence la plus claire est que tout raisonnement faisant référence à des races humaines est dépourvu de base scientifique. » (L’Équation du nénuphar, Paris, Calmann-Lévy, 1998).

C’est une idée, une invention politique qui a trouvé quelques oripeaux scientifiques (oripeaux dont elle a besoin pour se donner la légitimité dont son inexistence dans le réel la prive).
Au demeurant, les récentes découvertes, fin 2012, de croisements et d’hybridations entre Sapiens et Néandertal viennent tout à fait battre en brèche le peu qui restait de fondements à coloration scientifique dans le racialisme.

4.

À la demande, qui me semble légitime, urgente même, de suppression du mot «race» de cette phrase de l’article 2 , demande à laquelle j’adjoins celle d’une réécriture des dispositions concernées des textes fondamentaux, on entend fréquemment rétorquer plusieurs choses: qu’ainsi, on supprimerait le fondement de l’incrimination qui a pour objet de lutter contre le racisme et les propos racistes d’une part, et, d’autre part, que si la race  n’existe pas, pourquoi existe-t-il un mot pour la désigner, et pourquoi alors supprimer un mot qui désignerait une chose qui n’existe pas?
C’est bien évidemment biaiser le débat d’emblée que l’instaurer sur de telles bases.
D’abord, il est inexact de prétendre que la suppression-réécriture de l’article 2 supprimera les fondements de l’incrimination du racisme; ce qui est en revanche exact, c’est que toutes les dispositions constitutionnelles et pénales qui ont pour objet de lutter contre la discrimination et le racisme devront également être écrites, de sorte que l’on puisse également prendre le «mal à la racine», c’est-à-dire, lutter contre le racialisme, donc, lutter contre l’idéologie qui postule l’existence de différentes races dans  l’espèce humaine.
Ensuite, sur le mot qui désignerait une chose qui n’existe pas, je pourrais dire qu’il en est de l’idée de «races humaines» comme de celle de «licorne» ou de «sirène», et que le langage est plein de ces mots qui existent mais qui n’ont pas de référents dans la réalité. Cela a nourri (et nourrit encore) d’interminables échanges philosophiques.
La licorne et la sirène n’existent pas en réalité, mais il se trouve que l’idée de licorne (celle de sirène) existe bien, elle.
Et que le fait qu’une idée existe, si cela ne suffit pas à fonder une vérité, cela suffit à fonder, justement, une idéologie (ce qui est le contraire d’une vérité). C’est un existant immatériel, c’est un existant qui a besoin de se raccrocher au réel par l’appel à une prétendue science, c’est un existant faux, mais c’est un existant quand même.
Cela étant posé, évidemment, le fait que l’idée de «races humaines» existe (et ce que signifie l’existence de cette idée) ne doit pas pouvoir permettre d’en tirer la conclusion que les races humaines existent.
Enfin, on dit également que poser l’interdiction constitutionnelle, légale, du racialisme serait un acte d’atteinte insupportable à la liberté d’opinion, à la liberté de la recherche, que la Loi n’aurait pas de limite à poser à la Science…
Et bien, il faut rétorquer que lorsqu’une « opinion » tue, enferme, asservit… ce n’est plus une opinion, c’est une arme. Que la liberté de la recherche n’est pas absolue, qu’elle a de tout temps été encadrée, et que cet encadrement varie en fonction des progrès de l’âme, de la conscience, des sociétés humaines (et c’est tant mieux).
Que les (rares) régimes dans lesquels la Loi (donc, une forme de morale) n’a pas pris sur elle de poser des limites à la recherche, à la science, sont des régimes qui ont laissé de mauvais souvenirs.
Par la réécriture de cette phrase des textes fondamentaux, plus que le mot, c’est donc bien un certain usage du mot qu’il s’agit d’interdire.
Car le sujet est bien là : si on commence par ne plus avoir le droit de reconnaître l’existence même de «différentes races humaines», on aura ensuite beaucoup plus de difficultés, il sera même impossible, d’en consacrer des «supérieures», si de tels temps revenaient (ce qui n’est jamais exclu, hélas).
Cela, c’est au souverain de le décider, de manifester qu’il a le vouloir de son pouvoir.

5.

Ce débat sur l’application à l’espèce humaine du terme de «races», y compris de manière interro-négative, y compris avec de bonnes intentions, n’est pas un mince débat à l’heure d’un tragique renouveau fasciste et nazi en Europe (renouveau qui, au moment où nous écrivons ce texte, n’est plus un «fantasme de gauchiste»  mais une réalité, par exemple en Grèce ou en Hongrie).
Or, quelles que soient les bonnes intentions réelles ou supposées des uns ou des autres, bonnes intentions dont nous savons que l’enfer est lui-même pavé, en toute honnêteté, en toute logique, on ne peut pas interpréter les dispositions constitutionnelles ou législatives actuelles contenant le mot «race» autrement que comme postulant d’abord implicitement leur existence.
C’est notre choix de dire qu’une telle chose n’est pas admissible.
Et le gouvernement de ce pays (au sens large) s’honorerait  de mener à visage découvert, y compris de haute lutte, ce combat contre le racialisme, en proclamant que non seulement, on ne peut faire de distinction entre des prétendues «races humaines», on ne peut en dire certaines inférieures (ou supérieures) à d’autres, mais encore, mais surtout, que de telles races dans l’espèce humaine n’existent pas, et que postuler le contraire est déjà un délit.
Pour ces quelques raisons, je fais mienne aujourd’hui la remarque  du député Gilbert Zaksas, remarque pertinente en 1946, remarque pertinente en 2013: n’employons pas les termes qu’emploient ceux que nous combattons, ne les employons pas du tout, même avec «de bonnes intentions».
Nous ne pouvons pas plus longtemps laisser perdurer cette faute –faute du point de vue de l’humanité qui gît en chaque homme et fonde la dignité humaine, faute de logique aussi- cette erreur de raisonnement, cette aberration axiologique et ce non-sens tactique consistant à maintenir tel quel ce premier alinéa de l’article 2 de l’actuelle constitution, du Préambule de 1946 ou des dispositions pénales relatives à l’incitation à la haine raciale.
Nous ne pouvons pas faire comme si le monde moderne n’avait pas connu un «avant» et un «après» 1924, un «avant» et un «après» Mein Kampf (dix millions d’exemplaires en 20 ans, en seize langues…).
Non, il ne doit plus y avoir de place pour le racialisme dans ce pays (ni dans aucun autre), et aucun prétexte scientifique ne devrait pouvoir faire obstacle à cette interdiction.

Élodie Tuaillon-Hibon est avocate au Barreau de Paris.

L'Allemand Luz Long et l'Américain Jesse Owens aux Jeux Olympiques de Berlin en 1936.

L’Allemand Luz Long et l’Américain Jesse Owens aux Jeux Olympiques de Berlin en 1936.

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New York, 1911: Étincelles, entretien avec Laura Sicignano, Laura Curino et Juliette Gheerbrant. http://dormirajamais.org/etincelles/ http://dormirajamais.org/etincelles/#comments Mon, 27 May 2013 14:13:55 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10050  

25 mars 1911. L’usine textile Triangle Waistshirt Company, à Manhattan, est ravagé par un incendie. 146 personnes trouvent la mort en 18 minutes, de jeunes ouvrières pour l’essentiel. Aux États-Unis comme en Italie, dont sont originaires une partie des employés, l’événement est désormais associé aux commémorations de la Journée internationale des femmes, le 8 mars. [voir cet autre article]

Créé le 14 juillet 2012 au festival de Borgio Verezzi (Ligurie), Scintille [Étincelles], un spectacle écrit et mis en scène par Laura Sicignano et interprété par Laura Curino, a entrepris de raconter cette histoire, dont les événements récents disent malheureusement la tragique actualité.

Le texte a été traduit en français par Juliette Gheerbrant, par ailleurs journaliste à RFI [service Asie]. 

(Entretien autour du spectacle)

Laura Curino (photo du spectacle).

Laura Curino (photo du spectacle).

Olivier Favier: Parmi les critiques parues sur le spectacle en Italie, il y a celle de Gian Antonio Stella, sur le Corriere della sera. Il y a tout juste dix ans, le même Gian Antonio Stella a publié un livre intitulé  L’orda, quando gli Albanesi eravamo noi [La horde, quand les Albanais c'étaient nous]. Un grand succès éditorial dont le propos est d’établir une comparaison entre la « Grande Émigration » italienne d’autrefois et la nouvelle immigration en Italie. Avant lui, il y a eu une grande période de silence autour d’une histoire qui a pourtant concerné quelques 25 millions d’Italiens. Quand et comment t’est venue l’idée d’écrire sur l’usine TWC de New York? Quelle est la mémoire de cette histoire dans l’Italie d’aujourd’hui?

Laura Sicignano (auteure et metteuse en scène):

Choisir d’écrire un texte et dans mon cas de le mettre aussi en scène, naît d’une étincelle apparemment inexplicable, une sorte d’amour soudain pour quelque chose qui te fait ouvrir tout grand les yeux et t’écrier « Eurêka! ». En Italie, cet incendie à New York est relativement connu par les générations qui « ont fait 68″; beaucoup moins des générations suivantes, pour qui l’émancipation féminine est un fait acquis, le féminisme un gros mot, le droit au travail un privilège.

Personnellement  j’insère Étincelles dans un parcours idéal qui va de Partenze, un spectacle écrit à quatre mains avec Alessandra Vannucci et consacré à l’épopée des Italiens vers les Amériques, et Odissea dei ragazzi, un spectacle réalisé avec un groupe de mineurs demandeurs d’asile en provenance du Pakistan, de l’Afghanistan, du Nigéria, du Sénégal.

Il s’agit toujours de fuir la faim et la guerre, de personnages très jeunes, de gens ordinaires aux histoires extraordinaires, d’histoires oubliées qui ont fait la grande Histoire. Chaque famille italienne a son « tonton d’Amérique ». Aussi le processus d’identification et d’appartenance est immédiat avec ces voyageurs nostalgiques, ces « Ulysse » modernes et contemporains.
Pour Étincelles (comme pour tous mes spectacles), entrent en jeu des éléments de ma biographie qui m’ont poussée par empathie vers ces femmes courageuses et perdantes.

Devoir porter un tablier blanc, tandis que les hommes en avaient des noirs me semblait une injustice. Au nom de cette candeur, nous les petites filles nous devions faire attention à ne pas nous salir, et donc nos jeux devaient être plus tranquilles. Je rentrais crânement à la maison avec le tablier couvert de taches. J’ai souffert du tablier blanc jusqu’au dernier jour d’école primaire quand, avec un geste théâtral, j’y ai mis le feu en sortant de l’école, suscitant d’autres commentaires chez les parents des « petites filles bien élevées ». Moi je n’étais pas une petite fille bien élevée. Du reste je faisais partie des premiers enfants du divorce. C’est pourquoi j’étais marquée de la lettre écarlate: à Gênes, dans un quartier italien bourgeois, dans les années soixante-dix, « ça se voyait que j’étais différente, la pauvre petite ». Pauvre petite? J’étais un vrai diable. Différente? Bien sûr. J’ai toujours cherché les « êtres différents de moi »: beaucoup plus intéressants. Un divorce anormal, du reste, que celui de mes parents, à la suite duquel j’ai été confiée à mes grands parents paternels. Mes grands-parents aussi étaient différents. Surtout mes grands-mères. Ma grand-mère conduisait sa voiture, fumait, avait sa boutique et son compte courant. Elle m’a appris peu de choses, mais avec clarté: ne pas dépendre d’un homme; le devoir d’abord, le plaisir ensuite; tu es l’unique responsable de tes actes. Puis, mais seulement quand elle avait désormais dépassé les 90 ans, elle m’a dit aussi « hé… la chair est faible ». L’autre grand-mère, maternelle, avait eu une vie mélodramatique, tarabiscotée; elle avait épousé en secondes noces un homme riche et elle avait profité de tout, elle avait tout gaspillé, avec l’emphase égoïste des nouveaux riches. Elle m’a donné un seul conseil: aux hommes tu demandes des diamants. Je n’en ai jamais eu. Mais j’ai cherché, comme elle, à profiter et gaspiller dans l’insouciance ce que la vie m’avait donné de plus beau. Tels étaient mes modèles de famille. Féminisme? Personne ne l’a jamais prêché ou pratiqué consciemment chez moi, bien que ce soit de fait une famille matriarcale. Je n’en ai jamais entendu parler à l’école. Au lycée Doria, dans les années quatre-vingt, on ne parlait pas de féminisme, ni de politique, ni de luttes sociales. Seulement de nihilisme, furtivement, sur les bancs de nos classes. À l’Université catholique de Milan… C’étaient les années de Don Giussani. On parlait de chasteté. J’étais totalement hors contexte. J’avais atterri là parce qu’il y avait un très beau cours d’Histoire du théâtre.

Je n’ai pas vécu la guerre, ni l’après-guerre, ni le boom, ni le terrorisme, ni les années de plomb. Je suis une ex-adolescente des années quatre-vingt. Nos aînés nous méprisaient. Nous mêmes nous nous méprisions. Les rues pour nous étaient carrière et héroïne. Quelques uns ont réussi à concilier les deux. Comme adolescentes, quelques uns savaient déjà que plus tard elles voulaient « épouser un riche ». Moi je voulais faire du théâtre. Dès l’adolescence j’ai toujours pensé que le monde n’était pas divisé en hommes et en femmes, mais en personnes banales et spéciales.  Je n’acceptais pas d’être catégorisée en tant que femme. J’ai toujours été rigoureuse avec moi-même, fuyant toutes les opportunités où être une jolie fille aurait pu me servir. Ainsi, si je suis tombée amoureuse du théâtre, je n’ai pas voulu être comédienne, mais metteuse en scène, non pas l’interprète, mais la créatrice de mondes. Et quand mon père m’a dit: « Tu n’y arrivas jamais ». J’ai répondu: « C’est ce qu’on va voir. » La concurrence pour moi a été une stimulation positive, parce que moi, je concours avec moi-même.

En me confrontant très tôt au monde du travail, j’ai appris à me cacher derrière les apparences. Les premières propositions de travail en échange de prestations sexuelles plus ou moins explicites; des phrases comme « avec ce sourire tu obtiens ce que tu veux » m’ont ôté l’envie de rire, vu que je me suis toujours tuée au travail pour obtenir des résultats. L’attitude suffisante des hommes, quand j’occupais des rôles à responsabilité. Ma réponse? Travail. Travail. Travail.

Laura Curino (photo du spectacle).

Laura Curino (photo du spectacle).

En plus du travail, j’ai une jeunesse libre et inconsciente, riche de relations humaines intenses et peu communes avec les personnes les plus diverses, qui ont enrichi mon monde intérieur, même quand ils m’ont fait du mal. Je n’ai jamais bâti de liens indissolubles dans la forme, mais très permanents dans la substance. Et ma liberté, marquée du sceau du despotisme parce que « je ne voulais pas me sacrifier comme toutes les autres », a alimenté mon théâtre. Le monde m’a toujours scandalisée. À ma façon je suis une moraliste. Aussi j’ai essayé d’inventer un monde alternatif, au théâtre, où le monde est renversé et reflété, où j’ai créé des familles éphémères, mais intenses, où l’on peut être femme et homme, adulte et petite fille, blanche et noire, délinquante et courageuse. Où les différences de genre sont fluides, parce que tu peux, mieux tu dois, être tout et rien. Quand je suis obligée de sortir du théâtre, je vois un mode où les hommes ont un grand besoin d’émancipation et les femmes de se libérer des voix et des regards masculins qu’elles ont intériorisés et qui sont leur tourment.

Au théâtre j’ai essayé de donner vie aux fantômes d’hommes, mais surtout de femmes qui ont fait la grande Histoire, avant d’être écrasé(e)s par elle. Comme pour rendre voix et justice aux héros et héroïnes oublié(e)s, en une époque, la mienne, où pour trouver la vraie grande tragédie tu dois regarder d’autres temps et d’autres lieux. Aujourd’hui notre monde est tellement recouvert du vernis des petites névroses, tellement minimaliste et homologué, tellement soumis au marché et désenchanté, qu’il n’est pas théâtral. Je cherche de grands mythes ailleurs. Je les ai trouvés dans la seconde guerre mondiale, chez les « sorcières » du dix-septième siècle, chez les émigrants italiens en route pour « Lamerica », chez Jeanne d’Arc et Gilles de Rais, chez les réfugiés politiques venus d’autres continents. Et dans l’incendie de l’usine Twc, auquel j’ai consacré Étincelles, un de mes textes et de mes mises en scène les plus récents.
New York, 25 mars 1911: un quart d’heure avant la fermeture de l’usine T.W.C., qui produit des chemisiers. 600 personnes travaillent, pour la plupart des jeunes immigrées italiennes ou venues d’Europe de l’Est, exploitées et sous-payées. Une étincelle. En un instant, le gratte-ciel qui abrite l’usine prend feu. La tragédie se déroule en 18 minutes: 146 morts, presque toutes des jeunes filles.
Mais l’étincelle de la protestation a jailli de cette terrible histoire, qui deviendra l’un des précédents historiques de la Journée internationale des Femmes. Beaucoup d’autres épisodes ont concouru à donner vie au 8 mars: mais il est certain qu’il n’y a pas un épisode de l’histoire des femmes plus à même de marquer un tournant. Écrire pour rappeler.

J’ai écrit un monologue choral. Je n’ai pas demandé au personnage principal une narration, mais une multiplicité d’interprétations, où le personnage d’une mère, Caterina, comme une poupée russe, contient et fait jaillir d’elle-même d’autres personnages, les filles et un chœur d’autres figures mineures, mais non pas secondaires. En fait personne n’est mineur dans cette histoire, écrite pour redonner voix aux 146 ouvrières qui ont brûlé dans l’usine TWC. Qui ont brûlé comme des sorcières. Brûlé dans un orage d’étincelles répandues dans les airs. L’histoire mineure des femmes qui ont fait la Grande Histoire, mais n’ont pas été oubliées.

Le spectacle est un geste éphémère qui cherche à retrouver la mémoire d’un événement aussi brutal, absurde et rapide: 18 minutes ont suffi pour que meurent 146 personnes à la TWC.

Il existe une liste des 146 victimes, avec leur âge, leur nationalité. Beaucoup d’Italiennes, toutes très jeunes. Parmi les noms il y aussi Maltese Caterina, 39 ans; Maltese Lucia, 20 ans; Maltese Rosa, 14 ans. Qui étaient ces femmes? À quoi rêvaient-elle quand elles sont parties à la recherche de la terre promise?

Madones de douleur qui n’auront pas leur place au Ciel, mais seulement pour le travail à la pièce.

Laura Curino (photo du spectacle).

Laura Curino (photo du spectacle).

O.F.: Auteure et actrice, tu viens du théâtre-récit et tu as bâti différents spectacles autour de l’histoire industrielle de l’Italie. Je pense entre autres choses aux deux spectacles sur Camillo et Adriano Olivetti [le premier traduit en français par Juliette Gheerbrant] mais aussi à celui autour de l’Affaire Mattei  (Il signore del cane nero) et récemment au récit que tu as consacré au scandale de l’amiante lié à Eternit (Malapolvere). Avec ce texte de Laura Sicignano, l’histoire que tu racontes se déroule aux États-Unis, même si les personnages sont italiens. Elle trouve un écho avec les récentes tragédies au Bangladesh. Comment s’est faite la rencontre avec Laura Sicignano et son texte? Quelles ont été les réactions du public?

Laura Curino (comédienne):

Laura Sicignano a été mon élève. Elle connaît ma manière d’appréhender le théâtre.

Elle m’a proposé de lire son texte et je lui aussitôt ai dit  que j’aurais aimé le mettre en scène.

Comme tu le sais à Turin nous avons eu la tragédie de la Thyssen Krupp [incendie du 6 décembre 2007 qui a causé la mort de 7 ouvriers]. Les ouvriers ont brûlé dans l’incendie à cause de l’absence et de l’obsolescence des systèmes de sécurité anti-incendie.

Ces derniers jours, la tragédie dont tu parles rappelle encore une fois combien il reste à faire en matière de sécurité du travail.

Mais j’ai choisi de jouer Étincelles surtout parce que c’est un beau texte, bien écrit, efficace. Autrement, cela n’aurait eu aucun sens.

C’est un texte qui arrive à la tragédie après être passé par l’histoire, avec la narration délicate des vies de quatre femmes courageuses, chacune différente: faite de terre Caterina, de feu Lucia, de verre Rosa, et de vent Dora.

Laura est une excellente metteuse en scène. Nous avons abordé le travail avec détermination et respect réciproque. Nous devions le mettre en scène en des temps records et nous avons travaillé pendant des heures et des heures sans trêve.

Mais le Teatro Cargo, le théâtre de Laura Sicignano, longe la plage de Voltri, un quartier de Gênes.

Le soir, après les répétitions, fatiguée, éprouvée aussi d’avoir dû reparcourir le calvaire des femmes de l’usine TWC, je sortais du théâtre et je me jetais à la mer, pour me plonger dans toute l’eau que ces jeunes filles n’ont pas eu.

La rencontre avec le public a été très forte.

Les personnes qui ne connaissent pas notre travail arrivent dans la salle un peu inquiètes.

Celles qui nous connaissent savent que nous trouverons la clé pour les porter dans l’histoire avec les émotions et les instruments du théâtre: musiques, lumières, scènes, voix, tout.

Mais celles qui ne nous connaissent pas craignent au contraire une classique commémoration historique, tragiquement ennuyeuse.

Ils sont bien élevés et ils attendent, mais tu vois leur malaise.

Puis le spectacle commence.

Aussitôt je vois leurs colonnes vertébrales se redresser, se tendre vers la scène. Il se fait un profond silence. On n’entend pas un bruissement.

Et puis les applaudissements éclatent, très forts.

Je sais que ce sont des applaudissement qui nous englobent tous et récompensent notre travail, mais ce sont aussi des applaudissements pour toutes ces très jeunes femmes qui se sont sacrifiées pour nous.

Je dis “pour nous” parce que c’est effectivement le cas.

Cet incendie a secoué l’Amérique.

400 000 personnes ont suivi les funérailles des 7 derniers cercueils blancs, ceux des jeunes filles dont l’identification n’a pas été possible (alors aussi il y avait des sans nom, des clandestins).

Depuis ce jour, on a commencé à parler toujours plus souvent de sécurité sur les lieux de travail et on a commencé à évaluer de manière différente le travail féminin et la présence des femmes dans le syndicat (malheureusement les femmes ont dû affronter aussi la méfiance et la dérision de leurs collègues hommes, qui ne supportaient pas leur présence active dans les organisations syndicales).

Nous avons fait des représentations avec des jeunes de lycée.

Elles se sont déroulées de la même manière. Silence, émotion, indignation.

Laura Curino (photo du spectacle).

Laura Curino (photo du spectacle).

O.F. :  Traductrice du texte en français, tu es aussi journaliste à Radio France Internationale, où tu suis depuis quelques mois l’actualité de l’Asie. À Dacca, au Bangladesh, le 24 avril 2013, l’effondrement du Rana Plaza, un immeuble de 9 étages qui abritait 5 ateliers de confection, a fait selon le bilan quasi définitif, 1127 morts et une centaine de disparus. Les fouilles ont été arrêtées le 14 mai. C’est près de 10 fois le nombre de morts de l’incendie de la triangle shirtwaist company. Si cette tragédie frappe par son ampleur, elle est loin d’être un cas isolé.

Juliette Gheerbrant (traductrice):  Ce dimanche 26 mai, au Cambodge, un bâtiment de l’usine Top World, qui fabrique des vêtements pour H&M, s’est effondré dans un lac, sans faire de morts selon le dernier bilan. Quatre jours auparavant, deux personnes étaient mortes dans l’effondrement du plafond d’un fabricant de chaussures, fournisseur de la marque Asics, toujours au Cambodge.

En novembre dernier au Bangladesh, l’incendie des ateliers Tazreen Fashions a causé la mort de 112 personnes et en a blessé autant. Plus loin, en 1993, l’incendie de l’usine de jouets Kader, en Thailande, avait fait 188 morts. La liste n’est pas exhaustive; la tragédie du Rana Plaza, en effet, est loin d’être un accident isolé.

Son ampleur – il s’agit de la plus grande catastrophe industrielle après l’explosion d’une usine de pesticides à Bophal en Inde, en 1984 – et la mobilisation qu’elle a suscitée peuvent laisser espérer qu’elle marquera un tournant, ou tout au moins qu’elle permettra des progrès dans la protection des travailleurs du textile au Bangladesh. Voire, dans les autres pays où meurent chaque jour ceux que l’ONG Asia Monitor Resource Center (AMRC) appelle « les victimes invisibles du développement ».

Car pour quelques accidents spectaculaires rapportés par les médias occidentaux, combien de morts silencieuses en Asie? Selon l’Organisation Internationale du travail, 1,1 millions de personnes perdent la vie chaque année à cause de leur activité professionnelle sur le continent. Mais l’AMRC considère que ce chiffre est largement sous-estimé. Les pays étudiés ne fournissent pas de données fiables, et les statistiques de l’OIT sont établies à l’aide de modèles statistiques élaborés pour les pays occidentaux. Toujours selon l’OIT, les accidents représentent moins d’un quart des victimes. Le autres meurent de cancers, de maladies respiratoires – l’amiante en particulier, dont nous ne voulons plus dans nos pays riches, continue de faire des ravages en Asie.

Rien ne changera tant que la responsabilité juridique des firmes occidentales ne sera pas engagée. À cet égard, l’Accord sur les incendies et la sécurité des bâtiments au Bangladesh, proposé par les organisations syndicales locales, et signé ces derniers jours par 31 marques occidentales est un grand progrès.

Hélas. Déjà certaines marques d’habillement cherchent ouvertement d’autres pays susceptibles de les fournir avec autant d’efficacité et à aussi bas coût que le fait le Bangladesh (deuxième exportateur de vêtements, 20 milliards de dollars de chiffre d’affaire).

Déjà, les sociétés occidentales se ruent en Birmanie, pays « vierge », pays riche de matières premières mais aussi de main d’œuvre forcément bon marché. Les ateliers textiles qui avaient mis la clé sous la porte lorsque les sanctions occidentales étaient entrées en vigueur vont pouvoir reprendre leur activité. Avec la bénédiction des occidentaux. Et dans quelles conditions?

Laura Curino (photo du spectacle).

Laura Curino (photo du spectacle).

Pour aller plus loin:

  1. un appel de l’ONG – Peuples solidaires
  2.  un appel (en anglais) de Clean Clothes Campaign
  3.  un appel du collectif l’Éthique sur l’étiquette.
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Dialogue entre Omar Al-Mokhtar et le général Rodolfo Graziani. http://dormirajamais.org/omar-al-mokhtar/ http://dormirajamais.org/omar-al-mokhtar/#comments Sun, 26 May 2013 23:53:55 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10124  
« Conquise » à l’Empire ottoman lors de la guerre de 1911-1912, la Libye fait l’objet d’une intense campagne de « pacification » de la part du colonisateur italien à l’avènement du fascisme contraignant Idris al-Mahdi al-Sanussi à un exil égyptien.  Celui qui est le chef de la confrérie Sanussia depuis 1916, sera reconnu par les britanniques émir de la Cyrénaïque en 1946 avant de devenir roi de Libye sous le nom d’Idris Ier à l’indépendance du pays en 1951. Il sera déposé à la suite du coup d’état du capitaine Mouammar Kadhafi en 1969. De nouveau en exil au Caire, il y mourra en 1983, à l’âge de 94 ans.

Le colonel Rodolfo Graziani, arrivé en Libye en 1921, va donc se retrouver très vite en confrontation directe avec un autre chef, Omar Al-Mokhtar, surnommé le « Cheikh des militants », lequel parvient avec de faibles moyens à infliger plusieurs défaites à l’armée italienne. 

Voici le bref dialogue qu’eurent le général et nouveau gouverneur de la Cyrénaïque Rodolfo Graziani et Omar Al-Mokhtar, 3 jours après que ce dernier est tombé dans une embuscade, le 15 septembre 1931, au Palazzo del Governo de Benghazi, par l’entremise de l’interprète et capitaine Kalifa Kaled.

Le document est conservé aux archives de l’État de l’Eur et repris sans grande modification dans le livre de Rodolfo Graziani, Cirenaica pacificata (Milan, Mondadori, 1932). Dans ce  livre, le « prisonnier » est décrit comme un vieil homme diminué, modeste, aux pieds déformés par la goutte. Menotté et enchaîné, il tend une main à Rodolfo Graziani, qui la refuse. Son procès s’ouvre le même jour à 17h dans le salon du Palazzo del Littorio de Benghazi. Procès farce d’une heure et demie, qui conduira à l’exécution d’Omar Al-Mokhtar dès le lendemain, par pendaison, devant une foule de 20 000 Libyens, au milieu du camp de concentration de Solouk.

Omar Al-Mokhtar, le 15 septembre 1931, à la veille de sa mort.

Omar Al-Mokhtar, le 15 septembre 1931, à la veille de sa mort.

Graziani:  Des milliers et des milliers de Libyens sont morts par ta faute. Cela en valait-il la peine?

Prisonnier: Ils sont morts en servant une bonne cause. Ils sont au paradis.

Graziani: C’est du fanatisme religieux.

Prisonnier: Non, c’est de la foi.

Graziani: Pourquoi as-tu combattu avec un tel acharnement le Gouvernement italien?

Prisonnier: Pour ma religion.

Graziani: Tu avais peu d’hommes et très peu de moyens. Tu espérais pouvoir nous chasser de la Cyrénaïque?

Prisonnier: Non, cela était impossible.

Graziani: Alors que te proposais-tu de faire?

Prisonnier: Rien. Je combattais voilà tout, le reste est entre les mains du destin.

Graziani: Mais le Coran dit qu’il est permis de mener un Djihad seulement si il y a un espoir de victoire, et cela pour éviter des souffrances inutiles aux populations. C’est bien ce que dit le Coran, n’est-ce pas?

Prisonnier: Oui.

Graziani: Je répète. Pourquoi alors as-tu combattu?

Prisonnier: Pour ma religion.

Graziani: Non, tu as combattu pour la confrérie Sanussia qui est une spéculation louche sur laquelle vous avez tous vécu, d’Idris jusqu’à toi, au grand damne des gens de la Cyrénaïque dont tu t’es toujours désintéressé. Voilà pourquoi tu as combattu, pas pour ta religion.

Prisonnier (ne répond pas, sourit en ricanant).

Graziani: Pourquoi as-tu refusé toute négociation de paix, pourquoi as-tu ordonné l’agression de Gars Benigden?

Prisonnier: Parce que depuis un mois j’attendais en vain une réponse à ma lettre adressée au Maréchal Badoglio.

Graziani: C’est faux. Tu as prémédité le refus de la pacification et la preuve en est cette proclamation signée par toi et publiée au Caire.

Prisonnier (ne répond pas)

Graziani: C’est toi qui a ordonné le meurtre des aviateurs Hueber et Beati?

Prisonnier: Oui. Du reste le chef assument toutes les fautes, à la guerre comme à la guerre.

Graziani: Quand il s’agit réellement de guerre, et non, comme dans ton cas, d’un assassinat de brigands.

Prisonnier: C’est une question de perspectives.

Graziani: Avec tes crimes tu as perdu tout droit à la clémence du Gouvernement.

Prisonnier: Mektoub, c’était écrit. Quand j’ai été capturé j’avais encore six cartouches, je pouvais tuer ou mourir en combattant. Et pourtant je ne me suis pas défendu.

Graziani: Et pourquoi tu ne t’es pas défendu?

Prisonnier: Mektoub, c’était écrit. Écoute, général, je suis vieux, offre-moi un siège.

Graziani: Assis-toi et écoute. Tu peux encore peut-être sauver ta vie. Tu es mesure, avec ton autorité, de faire se soumettre les rebelles du Djebel?

Prisonnier: En tant que prisonnier je ne peux rien. Et du reste je ne ferais jamais cela. Nous avons juré de tous mourir, l’un après l’autre, mais de ne pas nous soumettre. Je ne me serais jamais présenté de mon plein gré. C’est certain.

Graziani: Si nous nous étions connus plus tôt, nous aurions pu faire quelque chose de bon pour la pacification.

Prisonnier: Et ce jour-là ne pourrait pas être aujourd’hui?

Graziani: Trop tard. Tu viens de déclarer qu’en tant que prisonnier, tu ne peux plus rien.

Prisonnier (ne répond pas)

Graziani: Tu reconnais ces lunettes?

Prisonnier: Oui, ce sont les miennes. Je les ai perdues dans le combat de Uadi es-Sania.

Graziani: À compter de ce journal j’ai eu la certitude que tu allais tomber entre mes mains.

Prisonnier: Mektoub, c’était écrit. Rends-moi mes lunettes, je vois mal. Ou plutôt non, garde-les: maintenant tu nous tiens entre tes mains, elles et moi.

Graziani: Est-il vrai que tu te croyais protégé de Dieu parce que tu te battais pour une juste cause?

Prisonnier: Oui.

Graziani: Alors écoute. Devant mes troupes, de Nalut au Djebel de Cyrénaïque,tous les chefs rebelles se sont enfuis ou sont tombés entre mes mains. Mais personne n’est arrivé vivant entre mes mains. Alors pourquoi donc t’es tu retrouvé ici? Tu étais l’invincible, l’insaisissable, le protégé de Dieu? Et si c’était moi le vrai protégé de Dieu?

Prisonnier: Dieu est grand et ses desseins sont impénétrables.

Graziani: J’ai raison de croire que ta vie durant tu a été un homme fort. Je te souhaite de l’être encore, face à n’importe quelle éventualité.

Prisonnier: Inch Allah.

Traduit de l’italien par Olivier Favier

Photogrammes du film Le Lion du désert (1981) avec Anthony Quinn dans le rôle d'Omar Al-Mokhtar et Oliver Reed dans celui de Rodolfo Graziani.

Photogrammes du film Le Lion du désert (1981) avec Anthony Quinn dans le rôle d’Omar Al-Mokhtar et Oliver Reed dans celui de Rodolfo Graziani.

 

Graziani: Per colpa tua molte migliaia di libici sono morti. Ne valeva la pena?

Prigioniero: Sono morti servendo una buona causa. Sono in paradiso.

Graziani: Questo è fanatismo religioso.

Prigioniero: No, questa è fede.

Graziani: Perché hai combattuto tanto accanitamente il Governo italiano?

Prigioniero: Per la mia religione.

Graziani: Avevi pochi uomini e pochissimi mezzi. Speravi di poterci scacciare dalla Cirenaica?

Prigioniero: No, questo era impossibile.

Graziani: Allora cosa ti proponevi?

Prigioniero: Nulla. Io combattevo e basta, il resto era nelle mani del destino.

Graziani: Ma il Corano dice che è lecito condurre una Jihad solo quando vi sia una speranza di vittoria, e ciò onde evitare sofferenze inutili alle popolazioni. Questo lo dice o non Il Corano?

Prigioniero: Sì.

Graziani: Ripeto. Allora perché hai combatutto?

Prigioniero: Per la mia religione.

Graziani: No, tu hai combattuto per la Senussia che è una losca speculazione sulla quale avete vissuto tutti, da Idris a te, con estremo danno delle genti cirenaiche di cui tu ti sei sempre disinteressato. Ecco perché hai combatutto, non per la tua religione.

Prigioniero (non risponde, sorride ghignando)

Graziani: Perché hai rifiutato ognit trattativa di pace, perché hai ordinato l’aggressione di Gars Benigden?

Prigioniero: Perché da un mese attendevo invano risposta ad una mia lettera indirizzata al Maresciallo Badoglio.

Graziani: È falso. Tu hai rifiutato la pacificazione per premedita decisione e la prova è in questo proclama a tua firma, pubblicato al Cairo.

Prigioniero (non risponde)

Graziani: hai ordinato tu l’uccisione degli aviatori Hueber e Beati?

Prigioniero: Sì. Del resto tutte le colpe son del capo, la guerra è guerra.

Graziani: Quando è realmente guerra, non brigantesco assassinio come il tuo.

Prigioniero: È questione di intendersi.

Graziani: Con i tuoi delitti hai perduto ogni diritto alla clemenza del Governo.

Prigioniero: Mektub, era scritto. Quando sono stato catturato avevo ancora sei cartucce, potevo uccidere o rimanere ucciso. Eppure non mi sono difeso.

Graziani: E perché non ti sei difeso?

Prigioniero: Mektub, era scritto. Senti, generale, io sono vecchio, fammi sedere.

Graziani: Siediti e ascolta. Forse puoi ancora salvare la tua vita. Sei in grado, con la tua autorità, di far sottomettere i ribelli del Gebel?

Prigioniero: Come prigioniero non posso nulla. E poi non lo farei mai. Noi abbiamo giurao di morire tutti, uno per uno, ma di non sottometterci. Di mia volontà io non mi sarei presentato. Questo è certo.

Graziani: Se ci fossimo conosciuti prima, forse avremmo potuto fare qualcosa di buono per la pacificazione.

Prigioniero: E non potrebbe essere oggi quel giorno?

Graziani: Troppo tardi. Hai appena dichiarato che, come prigioniero, tu non puoi più nulla.

Prigioniero (non risponde)

Graziani: Riconosci questi occhiali?

Prigioniero: Sì, sono i miei. Li ho perduti nel combattimento di uadi es Sania.

Graziani: Da quel giorno io sono stato sicuro che tu saresti caduto nelle mie mani.

Prigioniero: Mektub, era scritto. Restituiscimi gli occhiali, vedo male. Anzi, non, tienli: ora tu hai nelle tue mani me e essi.

Graziani: È vero che ti ritenevi protetto da Dio perché combattevi una giusta causa?

Prigioniero: Sì.

Graziani: Allora ascolta. Davanti alle mie truppe, da Nalut al Gebel cirenaico, sono fuggiti o caduti in combattimento tutti i capi ribelli. Ma nessuno è giunto vivo nelle mie mani. Come mai, invece, tu sei qui? Non eri l’invincibile, l’inafferrabile, il protetto da Dio? E non potrei essere io il vero protetto da Dio?

Prigioniero: Iddio è grande e i suoi disegni sono imperscrutabili.

Graziani: Ho ragione di credere che nella vita tu sia stato un uomo forte. Ti auguro di esserlo ancora, di fronte a qualsiasi evenienza.

Prigioniero: Insciallah.

Dans le film Le Lion du désert (1981) de Moustapha Akkad, Omar El Mokhtar sert ses lunettes entre ses mains jusqu'à l'instant de sa pendaison, avant qu'elles ne glissent entre ses doigts. Un enfant se faufile parmi la foule pour les récupérer, en qui l'on peut facilement identifier Mouammar Kadhafi, initiateur et commandataire du film, quand bien même il est né en 1942, soit 11 ans après la mort du grand rebelle libyen. Image tirée de la première projection télévisée du film en Italie, sur la chaîne privée Sky le 11 juin 2009, dans les journées de la première visite du Président libyen à Rome, 40 ans exactement après sa prise de pouvoir.

Dans le film Le Lion du désert (1981) de Moustapha Akkad, Omar El Mokhtar serre ses lunettes entre ses mains jusqu’à l’instant de sa pendaison, avant qu’elles ne lui échappent dans la mort. Un enfant se faufile parmi la foule pour les récupérer, en qui l’on peut facilement identifier Mouammar Kadhafi, initiateur et commanditaire du film, quand bien même il est né en 1942, soit 11 ans après la mort du grand rebelle libyen. Image tirée de la première projection télévisée du film en Italie, sur la chaîne privée Sky le 11 juin 2009, dans les journées de la première visite du Président libyen à Rome, 40 ans exactement après sa prise de pouvoir.

Pour aller plus loin:

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« Affile in Blu » : en finir avec le Mausolée pour Graziani, par Wu Ming. http://dormirajamais.org/affile/ http://dormirajamais.org/affile/#comments Mon, 20 May 2013 19:36:37 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10058  
Rappel: Affile est une commune de 1 500 habitants à 70 km au sud-est de Rome. Dans ce village, le 11 août 2012, le maire a inauguré un mausolée au maréchal Rodolfo Graziani, criminel de guerre colonial et nazifasciste. J’ai déjà consacré ici un article à cette initiative. Le nouveau président de la région Latium, Nicola Zingaretti, a décidé d’en suspendre le financement public le 22 avril 2013. Le collectif Wu Ming rappelle qu’avant cette réaction tardive, malgré la passivité de la presse cisalpine, le monument avait déclenché un grand nombre de réactions dal basso. Et il propose d’aller plus loin.

Il arrive parfois que l’histoire révèle une forme de justice poétique. C’est le cas de l’actualité à rebondissements qui accompagne le funeste mausolée érigé à Affile, province de Rome, haute vallée de l’Aniene, inauguré le 11 août 2012. “Sanctuaire”, le définit-on in loco. “Vespasienne”, l’ont rebaptisé les opposants en ligne.
L’édifice est dédié au criminel de guerre et dignitaire fasciste Rodolfo Graziani, qui a vécu et est enterré à Affile. Sur le site de la commune d’Affile, cet homme, passé à l’histoire comme auteur de quelques uns parmi les plus atroces massacres jamais accomplis en Afrique, bénéficie d’un page où l’on affirme qu’il « a su diriger chacun de ses actes vers le bien de la Patrie à travers l’inflexible rigueur morale et la fidélité pointilleuse au devoir du soldat ».

À la fin de l’été 2012 l’inauguration a fait naître des protestations, des questions parlementaires et un exposé à la cour des comptes pour distraction de fonds publics. La commune avait en effet demandé les fonds nécessaires en se référant à un « sanctuaire au soldat » en général, sans référence à Graziani. La presse romaine a consacré un large espace à la controverse, la presse nationale beaucoup moins, et avec un retard de plusieurs mois. Entre temps, des articles étaient sortis sur des journaux et des sites d’information britanniques, espagnols, français, allemands, suédois, vénézuéliens, mexicains et turcs. Un long reportage à Affile avait été publié dans le New York Times.

Depuis lors, les réactions spontanées [dal basso] ont été diverses et variées: une proposition lancée par l’ANPI [Association Nationale des Partisans d'Italie] et le mouvement Rastafari (une alliance sans précédent semble-t-il); les murs du sanctuaire embellis de grandes inscriptions en noir (VOUS APPELEZ HÉROS UN ASSASSIN!) et, en une autre occasion, recouverts d’une grand drap rouge sang; une « marche d’approche » jusqu’à Affile menée par des musiciens underground romains, et beaucoup d’autres actions, de plus ou moins grande importance, dont nous ne pouvons faire ici la liste. La plus étrange? En octobre dernier des inconnus ont « jumelé », au moyen de fausses plaques commémoratives, les sept dernières vespasiennes conservées à Rome et la « vespasienne » d’Affile. Au binôme PATRIE-HONNEUR affiché sur ce dernier, les anonymes ont répondu par PATRIE-ODEUR.

Quand les réactions sont aussi diverses et catégoriques et sont exprimées par des groupes et des secteurs apparemment si éloignées les uns des autres, c’est le signe que toute l’affaire a touché un nerf à vif et a revêtu une valeur symbolique. Le sens symbolique du mausolée en tant que tel semblerait être qu’il a été juste, du moins dans un moment historique donné, que « nous » les Italiens, au nom de la grandeur de la Patrie, nous ayons massacré, exterminé par les gaz, réprimé dans le sang des « races inférieures », des « peuples immatures et primitifs ». Autrement dit avec un mot imprononçable, qui est parmi les plus prononcés en Italie: des « nègres » ["negro" revêt aujourd'hui une connotation fortement péjorative en italien, à la différence de "nero", noir].

Le lien entre le fascisme quotidien contemporain, le racisme et la condition des immigrés de notre pays a été souligné de manière claire et nette, lors de diverses interventions, par l’écrivaine d’origine somalienne Igiaba Scego [le traducteur de ses lignes précise qu'il ne partage pas l'enthousiasme du collectif Wu Ming concernant cette auteure.]. La plus récente est une lettre ouverte au président de la région du Latium Zingaretti, dans lequel l’écrivaine définit le sanctuaire « un paradoxe tragique, une tache sur notre démocratie, une offense pour notre constitution née de la lutte antifasciste ». Quelques jours plus tôt, une question au parlement avait été signée par les nouveaux élus Kyenge, Bizzoni et Beni.

Justice poétique, disions-nous. On croirait vraiment la reconnaître à l’œuvre dans l’actualité, autrement dit dans l’histoire en cours. Depuis le 11 août dernier, il s’est produit des événements en tout genre au sein du « centre-droit » du Latium. Le scandale Fiorito a mené d’abord à la démission de Renata Polverini puis à la perte de la région Latium. En septembre 2012 le maire de Rome Gianni Alemanno a déclaré: « Une obscure malédiction pèse sur la région Latium. » Au cours de ces mêmes journées, Alessandra Mussolini envoyait finir son automobile dans un trou et les enquêtes sur l’équipe municipale d’Alemanno et le népotisme capitolin commençaient à prendre forme.

À première vue, tout cela semblerait confirmer les bruits d’une sorte de malédiction. Que ce lieu porte poisse, en somme. Et pas seulement aux ennemis de la grandeur de la Patrie, mais aussi aux fidèles du fascisme. Le bruit remonte aux « fastes » de l’empire fasciste en Afrique orientale. C’est un fait qu’à partir des massacres éthiopiens, Graziani s’est trouvé confronté à une longue série d’échecs cuisants, à commencer par l’invasion de l’Égypte. Il n’a certes pas porté chance à la République de Salò, dont il fut ministre de la guerre.

La ligne de partage des eaux serait ce jour de 1937 où Graziani, vice-roi d’Éthiopie, donna l’ordre d’exterminer tous les chanteurs ambulants, les guérisseurs, les devins et les sorcières d’Addis Abeba, coupables de prêcher contre la domination italienne et de prophétiser (à raison) le retour de l’empereur Hailé Selassié.

Selon une tradition populaire, les sortilèges jetés par les victimes contre le bourreau ont transformé l’homme d’Affile en un mauvais œil de premier ordre. C’est durant ces jours-là qu’on commence à parler de la « malédiction abyssine de Graziani ».

Si nous n’étions pas des matérialistes historiques, et si nous étions plus superstitieux, nous considérerions la décision d’ériger un sanctuaire pour déterrer le souvenir d’un tel personnage non seulement éthiquement et politiquement inacceptable, mais aussi comme un défi irresponsable à la malédiction abyssine.

Si nous n’étions pas des matérialistes historiques, nous penserions, qu’en plus du souvenir de Graziani, les habitants d’Affile en ont aussi déterré… l’influence.

Le fait est que nous sommes matérialistes, mais eux – les “postfascistes” du Latium– ont toujours revendiqué le contraire. “Esprit” est depuis toujours un des mots-valises les plus utilisés par la droite. Ils croient en l’Esprit, eux, et aux esprits aussi peut-être. Est-il possible qu’ils n’aient jamais entendu parler de la malédiction?

C’est justement parce que nous sommes matérialistes, que nous ne l’appelons pas « poisse » mais, comme nous l’avons déjà dit, justice poétique.

Puis il se pourrait qu’arrive aussi la justice politique. Le président nouvellement élu de la région Latium, Nicola Zingaretti, a décidé de remédier au massacre, en décidant de suspendre « le versement de l’allocation de 180 mille euros pour la réalisation de l’œuvre jusqu’à la remise en vigueur de la proposition de projet financée à l’origine. Cela signifie apporter des modifications structurelles au monument et de le dédier au « soldat » comme le prévoyait l’accord initial, en faisant disparaître toute référence à Rodolfo Graziani et en effaçant cette provocation, qui représente non seulement un acte fautif du point de vue légal et administratif, mais une inacceptable offense à la liberté, à la démocratie et à la mémoire de tous les Italiens. »

Le maire d’Affile Ercole Viri, qui depuis l’an dernier nous a habitués aux discours interminables et grotesques, a répondu en définissant Zingaretti comme un “stalinien”, niant toute violation de la part de la commune et -comme toujours- en annonçant des plaintes.

Nous voudrions avancer notre proposition, qui n’a rien de modeste.

Nous considérons indispensable de rendre le monument moins glaçant à la vue et de transformer le mausolée au massacreur en quelque chose de complètement différent. Quelque chose dans la lignée de la grande peinture murale réalisée par l’artiste urbain Blu à Bologne en mars dernier, pour défendre le squat  XM24 des spéculateurs immobiliers.

Pourquoi ne pas transformer le sanctuaire en une sorte de barricade artistique contre le racisme historique et celui d’aujourd’hui, envahissant et quotidien? Pourquoi ne pas peintre dessus un hommage à la lutte anticoloniale du siècle dernier, qui soit aussi un avertissement à l’adresse de celui qui se croit autorisé à considérer une vie humaine comme inférieure ou illégitime?

Éclairer avec un peu de conscience les crimes de notre passé colonial, et essayer d’isoler le fil rouge qui les lie aux tensions d’aujourd’hui. Le faire avec une œuvre d’art urbain populaire et contemporaine. Cela, peut-être, serait rendre vraiment un service au pays, « à la démocratie et à la mémoire de tous les Italiens ».

Confions à Blu les murs de la Vespasienne de Sang. Transformons-la en une des plus importantes œuvres d’art du monde.

Article paru sur la page « Opinioni » du site Internazionale, le 23 avril 2013. Traduit par Olivier Favier.

La peinture murale de Blu au XM24 de Bologne (détail).

La peinture murale de Blu au XM24 de Bologne (détail).

Pour aller plus loin:

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La follia al fronte. I traumatizzati della Grande Guerra in Francia. Intervista a Laurent Tatu. http://dormirajamais.org/follia/ http://dormirajamais.org/follia/#comments Sat, 18 May 2013 22:20:03 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=10067  

Laurent Tatu è professore di anatomia all’università di Franche-Comté, ed è anche neurologo, a capo del servizio di patologia neuromuscolare al Centro Ospedaliero Universitario di Besançon. Tra le sue pubblicazioni, si segnala in particolar modo quella realizzata con Jean-Cristophe Tamborini, direttore aggiunto agli archivi dipartimentali del territorio di Belfort, un saggio sulla Grande Guerre à Belfort (Strasburgo, Copur, 2005).

Julien Bogousslavsky è professore di neurologia, e capo del servizio di neurologia e neuro–rieducazione presso la clinica Valmont in Svizzera. Ha pubblicato a settembre un libro su Nadja et Breton. L’amour juste avant la folie (Le Bouscat, L’esprit du temps 2012).

I due si conoscono da molto tempo. Il primo ha passione per gli archivi, il secondo per la letteratura. La loro inchiesta sui traumatismi psichici della prima guerra mondiale è durata sette anni. Queste ricerche hanno dato vita ad un libro uscito a settembre presso l’editore Imago: La folie au front. La grande battaille des névroses de guerre (1914-1918). Il luogo principale della loro indagine è la Francia, ove il problema si è posto in modo particolarmente tragico. Questa è una delle rare sintesi che, a due anni dal centenario, viene dedicata ad un fenomeno imponente, denso di conseguenze nella società tra le due guerre, ma ugualmente determinante per la ricerca medica.

Olivier Favier: Esistono pochi studi sulle psiconevrosi causate dalla Grande Guerra. Lo studio di riferimento è quello di Louis Crocq, Les traumatismes psychiques de guerre, Odile Jacob, Parigi, 1999.

Laurent Tatu: Louis Crocq è un medico militare del Val-de-Grâce. Ha lavorato sugli aspetti storici , partendo dall’Antichità per arrivare agli shock post-traumatici delle guerre recenti, e questo gli conferisce il merito di aver reinserito la Grande Guerra in una prospettiva più ampia. Le sue ricerche, però, sono presentate con un punto di vista strettamente medico, molto tecnico. Noi abbiamo cercato di seguire un approccio più accessibile, concentrandoci sulla Grande Guerra e le sue conseguenze.

O.F.: Cosa l’ha portata ad interessarsi alla questione? Ha forse un legame particolare con la medicina militare e questo conflitto?

L. T.: Il prozio di Julien Bogousslavsky faceva il medico durante la Grande Guerra. Il mio ha subito un’amputazione durante la battaglia della Somme nel 1916. Non l’ho conosciuto, ma ha lasciato delle cartoline, delle fotografie. Suo fratello è morto a Verdun nel 1917, dato per disperso, seppellito dai suoi compagni e poi ritrovato nel 1921, durante le operazioni di scavo nei campi di battaglia. È la storia narrata in La vita e niente altro (Bertrand Tavernier, 1989).

L’episodio è rimasto tabù in famiglia. Dei genitori che assistono alla riesumazione del loro figlio, non è certamente un episodio di cui si abbia voglia di riparlare. Ho cominciato da qui, dal ricostruire questa storia, quando gli archivi vennero aperti. Poi i miei studi si sono estesi al Territorio di Belfort. Sono un uomo di frontiera, la mia famiglia materna è svizzera, quella paterna francese.

Avevo sentito parlare di queste storie di nevrosi di guerra per via di Salins-les-Bains, a venti chilometri da Besançon, e di Gustave Roussy che vi officiava. Ho cominciato rovistando tra gli archivi, indagando in particolare sul processo di Besançon, nel 1917.

Ho scritto insieme a Julien Bogousslavsky un articolo sul “Siluramento”, il trattamento elettrico somministrato ai traumatizzati di guerra. Non ci è stato permesso di pubblicarlo in Francia, perché trattava dei « guardiani del tempio », Gustave Roussy, Clovis Vincent, Joseph Babinski. Alla fine siamo riusciti a farlo pubblicare su una rivista americana di grande diffusione.

Poi abbiamo deciso di scrivere un libro. Gli storici Nicolas Offenstadt e Étienne Anheim ci sono stati di grande aiuto nella rilettura. Siamo anzitutto dei medici, ed il loro contributo è stato prezioso.

Camptocormico.

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier.

O.F.: Siamo in presenza di un fenomeno imponente, ma impossibile da decifrare. Si constata ad esempio, che i casi riconosciuti nell’esercito americano durante uno scontro breve sono proporzionalmente ben più numerosi che nell’esercito francese, cosa che porta evidentemente a porsi delle domande. Lei dice del resto che la gravità di queste malattie non è stata prevista dalla medicina militare, anche se i conflitti recenti ne avevano mostrato la serietà: la guerra dei Boeri (1899-1902) in Africa del sud, la guerra russo-giapponese (1904-1905) e le guerre balcaniche (1912-1913).

L.T.: Sono le prime vere guerre di trincea, con massicci bombardamenti dell’artiglieria. Ma la nozione di “simulatore” di guerra risale alla guerre di Secessione. Per descriverle, il neurologo Silas W. Mitchell usa il termine “malingering”.

Ogni calcolo in effetti è impossibile. Alcuni storici si sono meravigliati della poca rilevanza delle risorse primarie nel nostro libro. Ci siamo serviti molto di fonti secondarie, in particolare degli articoli della Revue de neurologie, perché le fonti primarie sono poche. Abbiamo senz’altro lavorato agli archivi del servizio di sanità del Val de Grâce. Vi si trovano i rapporti mensili dei centri neuropsichiatrici, in particolare quelli di Gustave Roussy, di Clovis Vincent , ma questa è la visione di due zelanti del “Siluramento”.

All’epoca i medici hanno diffuso cifre, percentuali. Per i sostenitori del “metodo brutale”, si è raggiunta una percentuale del 20-30 % di neuropsichiatri potenziali funzionali.

Per quelli che invece seguono una pratica più psichiatrica, che manifestano una certa empatia- come la scuola di Montpellier e di Joseph Grasset ad esempio- si scende al 2 o 3%.

Tutti però sono d’accordo sull’aspetto contagioso della malattia. Abbiamo visto intere sezioni diventare camptocormiche. Perciò, quando gli uni parlano di epidemia, gli altri invocano il semplice contagio. Un meccanismo simile è stato constatato negli isterici di Charcot e di Babinski prima della guerra.

Come l’isteria del resto, che allora era praticamente scomparsa, la camptocormia è la malattia di un’epoca, quella della prima guerra mondiale. Oggi questo termine si usa per descrivere una malattia organica, tipica degli anziani ad esempio, in cui la muscolatura del tronco si è disgregata. A quel tempo era una malattia funzionale, neuropsichiatrica.

O.F: Mettiamo per un momento da parte la questione della simulazione che ossessiona i medici di quell’epoca. Anzitutto, all’inizio della guerra, occorre operare una divisione tra neurologia e psichiatria, il che richiede non pochi sforzi. Si può affermare in definitiva che, come per la chirurgia dell’occhio , dei denti o del viso, la neuropsichiatria faccia enormi progressi in quel periodo?

L.T: È la prima volta che ci sono così tanti casi neurologici e psichiatrici, così tanti medici, neurologi e psichiatri, riuniti in uno stesso posto, in un fronte di 800 km. Molti segni neurologici di cui si fa uso ancora oggi sono stati descritti durante la Grande Guerra. Abbiamo fatto progressi enormi nella topografia cranio-encefalica. Non saranno forse spettacolari quanto la chirurgia maxillo-facciale delle “gueules cassées” (i mutilati al viso), ma sono veri progressi.

Dal punto di vista neuro-psichico i progressi sono più lenti. A partire dalla primavera del 1918, le autorità militari cominciano a cambiare avviso sui traumatizzati di guerra, soprattutto da parte francese. Durante la seconda guerra mondiale, non si esagerava con i “simulatori potenziali”, le nevrosi di guerra. I feriti psichici sono considerati come soldati malati, persino dai medici nazisti.

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier..

Caso di camptocormia. Mostra 1917 -Centro Georges Pompidou di Metz. Foto: Olivier Favier..

O.F. : Vorrei tornare sulla personalità di Clovis Vincent, che sembrava dotato di grande brutalità ma anche di grande coerenza nelle sue scelte. Lei cita una frase di Freud riguardo i trattamenti con l’elettricità. Trovo che gli si addica perfettamente: « Questo procedimento terapeutico presentava un vizio congenito. Non mirava a far ristabilire il malato, in ogni caso non prioritariamente, ma anzitutto a ristabilire la sua capacità di combattere. »

L.T: Clovis Vincent è un combattente, oggi sarebbe urgentista. È un uomo che crede in quello che fa. Crede di poter rimandare al fronte dei soldati che per lui non sono simulatori coscienti ma incosapevoli. Dopo quanto avvenuto allo zuavo Deschamps, un paziente che rifiuta di sottoporsi al trattamento elettrico, e ribellatosi finisce con l’essere riempito di botte, si rende conto di essere andato troppo oltre. Chiede quindi di tornare al fronte, anche perché gli sembrava giusto essere d’esempio, come aveva già fatto nel1915.

Cerca di redimersi per la sua condotta, per così dire. Nel periodo tra le due guerre, diventa il co-fondatore della neurochirurgia francese. Ed in quello stesso momento, Thierry Martel, l’altro co-fondatore della neurochirurgia in Francia, sceglie il suicidio.

Del tutto diverso è l’esempio del dottore Gustave Roussy. Nato in Svizzera, si naturalizza francese nel 1910. Allievo di Babinski, manifesta subito un interessamento al “metodo brutale”, cioè all’idea di un trattamento choc per gli isterici e gli istero-epilettici. Dopo le prime settimane di guerra, ha una giusta intuizione, ossia la creazione di centri neuro-psichiatrici dell’esercito, cioè vicino al fronte. Per lui è necessario separare i feriti neurologici da quelli feriti fisicamente. Tuttavia, arrivato al potere, divenuto direttore del centro neuro-psichiatrico del decimo reggimento, comincia a perdere il controllo. Usa dei vomitivi, delle iniezioni di fenolo. Quando Clovis Vincent decide di fermarsi, Gustave Roussy crea il centro di Salins-Les-Bains. Ha il sostegno della gerarchia militare che lo considera il successore di Vincent. Pubblica sulla Revue neurologique ed ottiene dei risultati. Apre un secondo ospedale nel dipartimento dell’Ain. Lavora praticamente in quantità industriale. È presto sopraffatto. Trovandosi a dover far fronte ai primi rifiuti di trattamento, manda cinque camptocormici davanti al Consiglio di guerra. È il processo di Besançon, nel 1917. Nella primavera del 1918, la fine della guerra è vicina, la gerarchia si mostra più diffidente davanti ad un così grande numero di “isterici inveterati”. Viene istituita una Commissione. É abbandonato sia dall’esercito che dalla stampa. Persevera sino all’ultimo rapporto mensile dell’ottobre 1918, in cui i suoi propositi sono di una violenza inaudita.

Quanto alla frase di Freud, bisogna sapere che i primi mesi di guerra sono i più mortiferi. Dal 1915 si deve affrontare una penuria di uomini. Si anticipano le classi, si riavviano consigli di revisione. Circa i 5 milioni di feriti, non bisogna dimenticare che alcuni sono stati feriti più volte. Non appena ristabiliti, a parte gli amputati, venivano rispediti al fronte.

O. F. : Una delle rarissime opere ad affrontare l’argomento dei traumatizzati tra le due guerre è il Viaggiatore senza bagaglio (1937) di Jean Anouilh.

L.T: Quest’opera teatrale trae ispirazione da una storia affasciante. Nell’angoscia per i 300 000 dispersi, ci sono una decina di famiglie che riconoscono questo “morto-vivente”, un soldato amnesico ritrovato a Lione su un binario di una stazione.

Per il resto, è vero che l’argomento viene affrontato raramente. C’è stato il film Les Fragments d’Antonin nel 2005. Ci sono dei film d’epoca. Clovis Vincent o Gustave Roussy sono stati ripresi durante i loro “exploits”. Le pellicole si trovano al Forte d’Ivry, non sono ancora riuscito a visionarle o ad averne una copia.

Tra le testimonianze scritte, si possono citare i diari del bottaio Barthas, delle descrizioni possono essere rinvenute in Maurice Genevoix, in Erich-Maria Remarque, ma è sempre la parola pazzia a ritornare. Non c’è quasi nulla sulle ripercussioni fisiche dei disordini psichici: nulla sui camptocormici ad esempio, né sui ciechi di guerra.

Une célèbre caricature de Clovis Vincent

Famosa caricatura di Clovis Vincent (1879 – 1945), padre della neurochirurgia francese.  C’è un omofonia in francese tra Vincenzo di Paola (Vincent de Paul) e Vincenzo dei Poli (Vincent de Pôles). Insieme a Gustave Roussy (1874-1948), stimato cancrologo tra le due guerre, Clovis Vincent pratica il cosidetto « torpillage » [siluramento], cioè la somministrazione di scariche elettriche sui feriti psichici.

O.F: Lei cita ancora Freud che scrive dopo la guerra: « La causa primaria di tutte le nevrosi di guerra era la tendenza, inconscia nel soldato, à sottrarsi alle esigenze del servizio di guerra ».

L.F: È Joseph Babinski, allievo di Charcot, ad aver inventato la nozione di simulazione inconsciente. Ha trasformato la concezione del suo maestro nel 1908, passando dalle cause organiche a quelle psichiche per spiegare l’isteria. È la nascita di quello che lui chiama pitiatismo. Bisogna convincere il paziente, ed è da qui che si passa alla nozione di simulazione incosciente. Bisogna ridare al paziente la “buona volontà” di guarire con il “metodo brutale”. Freud è molto ambivalente, è difficile conoscere le sue posizioni sulla questione delle nevrosi di guerra.

O.F: Nel suo libro Ein unsichtbares land (Un paese invisibile) (Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 2003), Stefan Wackwitz scrive : « È una malinconia pericolosa e velata in modo singolare che uomini così diversi come Ernst Jünger, Max Beckmann e Adolf Hitler hanno riportato dalle trincee, un miscuglio di malumore colossale, di insensibilità ostentatoria, di mania di avere sempre ragione e di stati di eccitazione occasionali ma incontrollabili. ». Una domanda rimane in sospeso. Chi è uscito indenne da questa guerra?

L.T: Penso che le sofferenze si siano dovute esprimere nel quadro familiare. Non vedo come un individuo di costituzione normale potesse uscire indenne da un soggiorno nelle trincee. Prendiamo l’esempio di Rudolf Hoess, arruolato come volontario a sedici anni nella prima guerra mondiale, più in là direttore del campo di Auschwitz. Le sue memorie hanno ispirato a Robert Merle La morte è il mio mestiere. Quest’ultimo libro non vene più studiato in classe, ed è facile capire il perché. Leggendolo, si ha davvero l’impressione di un individuo programmato per fare quello che farà un quarto di secolo più tardi.

Nel periodo tra le due guerre, tranne tra gli artisti, nulla traspariva nel quadro sociale. Si è andati troppo oltre nel diniego sia dal punto di vista militare che medico, nel rifiuto dei traumatizzati di guerra. Si è arrivati sino a fare pagare le spese di ricovero, sino ad accusare le famiglie.

Traduzione dal francese di Sara Nigro, che ringrazio.  Testo originale in francese.

Laurent Tatu et Julien Bogousslavsky, La folie au front. La grande bataille des névroses de guerre (1914-1918), Paris, Imago, 2012.

Laurent Tatu et Julien Bogousslavsky, La folie au front. La grande bataille des névroses de guerre (1914-1918), Paris, Imago, 2012.

 

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New York, 1911: incendie dans une usine textile, par Olivier Favier. http://dormirajamais.org/textile/ http://dormirajamais.org/textile/#comments Tue, 14 May 2013 18:19:49 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=9924  
24 avril 2013. Un immeuble s’effondre à 30 km de Dacca (capitale du Bangladesh). Le Rana Plaza abrite cinq ateliers de confection. Les recherches sont arrêtées le 14 mai et le bilan de la catastrophe s’élève à 1127 morts, plus une centaine de disparus. Parmi les 2500 survivants (une dernière jeune fille a été dégagée des décombres le 10 mai), un millier présente des blessures graves, dont de nombreuses amputations.

25 mars 1911. L’usine textile Triangle Waistshirt Company, à Manhattan, est ravagé par un incendie. 146 personnes trouvent la mort en 18 minutes, de jeunes ouvrières pour l’essentiel. Aux États-Unis comme en Italie, dont sont originaires une partie des employés, l’événement est souvent associé aujourd’hui aux commémorations de la Journée internationale des femmes, le 8 mars. Lors des cérémonies du centenaire, la Remember the Triangle Fire Coalition a annoncé la création d’un mémorial ayant entre autres objectifs la valorisation du travail féminin.

Créé le 14 juillet 2012 au festival de Borgio Verezzi (Ligurie), Scintille [Étincelles], un spectacle écrit et mis en scène par Laura Sicignano et interprété par Laura Curino, a entrepris de raconter cette histoire, dont les événements récents disent malheureusement la tragique actualité.

Le texte a été traduit en français par Juliette Gheerbrant, par ailleurs journaliste à RFI (service Asie). 

(Histoire de l’incendie de la Triangle Waitshirt Company)

Nous sommes le samedi 25 mars 1911, à l’angle nord-ouest du croisement entre Washington place et Green Street. À une centaine de mètres à l’ouest, se dresse la statue de Garibaldi, dans Washington Square Park, à quelques kilomètres au sud le débarcadère d’Ellis Island. La Triangle Waistshirt Company est une l’une des 450 usines textiles de Manhattan, qui emploient toutes ensemble quelques 40 000 personnes, une main d’œuvre souvent d’origine étrangère. Cette fabrique produit des waist shirts, des chemisiers-blouses modernes et pratiques à destination des travailleuses, très en vogue dans les premières années du vingtième siècle. Il est 16h40 et l’usine va bientôt  fermer pour le repos hebdomadaire de ses 600 employés. Hommes et femmes travaillent 9 heures par jour du lundi au vendredi,  7 heures le samedi, pour un salaire hebdomadaire de 7 à 12 $ [en 1914, le salaire journalier d'un ouvrier de chez Ford est porté à 5$, soit le double de la moyenne aux États-Unis]. De très jeunes filles pour l’essentiel, dont beaucoup en provenance d’Italie et d’Europe centrale -des juifs ayant fui pogroms et persécutions. La plupart parlent un anglais approximatif, et leur emploi dans cette fabrique représente souvent un soutien essentiel pour leur famille.

16 modèles de Shirtwaist blouse présentés en 1906 dans le magazine "The modern Priscilla".

16 modèles de chemisiers présentés en 1906 dans le magazine « The modern Priscilla ».

Un feu se déclenche au huitième étage, selon la thèse officielle dans une corbeille destinée aux chutes de tissus sous les tables de coupe. Cinq minutes plus tard, un passant voyant de la fumée s’échapper des fenêtres de l’immeuble donne l’alerte. L’expertise conclura à une cigarette ou à une allumette mal éteinte. Un article de New York Times évoquera la possibilité d’une défaillance des machines destinées à faire tourner les machines à coudre. Ou peut-être une étincelle venue de l’une des lampes à gaz éclairant l’atelier. D’autres s’étonneront de cette épidémie d’incendies dans les usines du même type. Personne n’évoquera un incendie criminel.

La Triangle Shirtwaist Company.

La Triangle Shirtwaist Company.

En quelques minutes, l’incendie s’étend aux chemisiers pendus au-dessus des machines, aux chutes de tissus et aux bobines de fil. Les ouvrières du dixième étage sont aussitôt prévenues par téléphone, celles du neuvième en revanche n’apprennent la nouvelle qu’au moment où l’incendie les a déjà rejointes. Par ailleurs, certaines issues ont été bloquées pour éviter les vols et les pauses non autorisées -raison pour laquelle les ouvrières fumaient en cachette à leur poste, exhalant la fumée sous leur blouse, pour ne pas attirer l’attention.

129 femmes et 16 hommes meurent dans l’incendie, certains asphyxiés ou brûlés vifs, d’autres en se jetant de l’immeuble ou des ascenseurs ou encore dans l’écroulement d’un escalier de secours. Des dizaines de corps jonchent le trottoir entourant l’usine.

Les corps des ouvrières précipitées depuis les étages supérieurs de l'usine.

Les corps des ouvrières précipitées depuis les étages supérieurs de l’usine.

Les deux propriétaires survivent à l’incendie -ils sont parmi les premiers à s’enfuir par les toits. Ils sont aussitôt poursuivis pour homicide puis acquittés car personne ne peut prouver qu’ils ont eu connaissance du blocage des issues. Tout au plus sont-ils contraints à payer 75 $ par plaignant deux ans plus tard, non sans avoir touché des assurances une somme plus de cinq fois supérieure aux indemnités reversées.

Cette catastrophe demeure la plus meurtrière des accidents d’usine de toute l’histoire de New York -la troisième, toute catégorie confondue, y compris le 11 septembre 2001. Elle est à l’origine d’une soixantaine de mesures nouvelles votées entre 1911 et 1913 concernant tant la durée du travail des femmes et enfants, que les règles de sécurité ou les normes sanitaires. Elle a entraîné la création en octobre 1911 d’une American Society of Safety Engineers et inspiré outre-Atlantique le cinéma, la littérature, le théâtre et la chanson. Elle est presque inconnue des Français.

Une manifestation à la suite de l'incendie.

Une manifestation à la suite de l’incendie.

Rasputina-My Little Shirtwaist Fire (1996)

Pour aller plus loin:

Une d'un journal de l'époque. Le bilan définitif sera ensuite légèrement revu à la baisse.

Une d’un journal de l’époque. Le bilan définitif sera ensuite légèrement revu à la baisse.

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Timira, roman métisse, rencontre avec Wu Ming 2, par Olivier Favier. http://dormirajamais.org/timira/ http://dormirajamais.org/timira/#comments Mon, 13 May 2013 20:02:39 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=9992  

Cet article a été écrit suite à l’entretien avec Wu Ming 2 réalisé en italien à la librairie-café Marcovaldo de Paris le 12 mai 2013. Timira, roman métisse, œuvre de Wu Ming 2 et Antar Mohamed, publié en Italie chez Einaudi en 2012, sortira en France aux éditions Métailié dans une traduction de Serge Quadruppani.

Stramentizzo est un village du Trentin, au nord-est de l’Italie, à une centaine de kilomètres du col du Brenner, point de passage historique entre l’Italie et l’Autriche. Depuis 1956, ses maisons sont devenues invisibles, englouties sous un lac artificiel de couleur verdâtre, où l’on pêche la truite arc-en-ciel. De l’ancien village, ne demeure que le vieux portail de pierre grise de l’église.

Le 4 mai 1945, six jours après l’exécution de Benito Mussolini, les SS commettent dans ses parages un dernier massacre en terre italienne. Parmi les 27 victimes, des civils et des partisans, ainsi qu’un soldat noir sous uniforme allié: un Américain, pense-t-on, parachuté derrière les lignes. Mais ce jeune engagé dans les troupes spéciales britanniques s’appelle Giorgio Marincola. Il est italien, né en 1923 à Mahaddei Uen, à 120km au nord est de Mogadiscio, d’une mère Somalienne, Ashkiro Assan, et d’un père d’origine calabraise, l’officier d’infanterie Giuseppe Marincola. Reconnu par ce dernier -fait rarissime dans la Somalie coloniale- il grandit à Rome où il a pour professeur de philosophie Pilo Albertelli, l’un des fondateurs du Parti d’action en 1942, abattu deux ans plus tard aux Fosses ardéatines. Au début de la guerre, il entame des études de médecine, avec la ferme intention de se spécialiser dans les maladies tropicales, pour revenir ensuite dans son pays natal. À l’automne 1943, il œuvre à Rome dans un groupe de partisans lié au Parti d’action avant de s’engager, à la libération de la ville en juin 1944, dans les Special Operations Executive britanniques. Après une brève formation à Brindisi, il est parachuté dans la province de Biella,  dans le nord-ouest de l’Italie, où il est blessé en septembre lors d’une attaque contre un convoi blindé.

Fait prisonnier en janvier par les SS, on l’oblige à parler à la radio pour renier la Résistance. Contre toute attente, il saisit l’occasion pour dénoncer le régime nazifasciste. La transmission s’interrompt aussitôt dans un déluge de coups. Transféré à la prison de Turin, il est finalement déporté au camp de Bolzano où les alliés le libère le 30 avril 1945, le jour-même du suicide d’Adolf Hitler. Refusant de gagner la Suisse sous protection de la Croix Rouge, Giorgio Marincola rejoint le Val di Fiemme, où les nazis se livrent encore aux représailles.

Giorgio Marincola et d'autres partisans dans le Biellese en 1944.

Giorgio Marincola (troisième en partant de la droite) et d’autres partisans de la brigade Giustizia e Libertà Cattaneo dans le Biellese en 1944.

L’histoire de celui qui demeure le seul partisan noir italien a été racontée une première fois par Vitaliano Ravagli et le collectif Wu Ming dans la postface de la seconde édition d’un roman inédit en Français, Asce di guerra, en 2005. Cet ajout est né de la rencontre à Bologne entre Giovanni Cattabriga -alias Wu Ming 2- et le neveu de Giorgio Marincola, Antar Mohamed. Trois ans plus tard, paraît le livre biographique Razza partigiana de Carlo Costa et Lorenzo Teodonio, dont le même Giovanni Cattabriga a tiré le texte d’une lecture-spectacle. Chemin faisant, ce dernier commence à s’intéresser à une autre figure de cette famille italo-somalienne: Isabella Marincola, née en 1925, sœur de Giorgio et mère d’Antar, arrivée en Italie en 1927, elle aussi élevée à Rome, sans jamais rien avoir su de ses origines africaines jusqu’à l’âge de 11 ans.

Isabella, Giorgio et leurs deux demi-frères.

Rita, Ivan, Giorgio et Isabella Marincola à Rome vers 1929.

Giuseppe, leur père, marié à une Italienne en 1926, a en effet intégré ses deux premiers enfants à sa nouvelle famille. La chose n’est pas vraiment du goût de leur mère adoptive qui, comme en témoigne Isabella elle-même, « la bat un jour oui et l’autre aussi ». Dans l’Italie d’après-guerre, Isabella fréquente les hautes sphères de la culture italienne, pose pour un sculpteur et un peintre, est actrice au théâtre dans La longue nuit de Médée de Corrado Alvaro. Elle ne sera jamais avare de souvenirs assassins sur les préjugés de certains artistes et intellectuels, à commencer par le journaliste et ancien sous-lieutenant Indro Montanelli, connu pour avoir « reçu » durant la campagne d’Éthiopie une épouse érythréenne de douze ans. Indro Montanelli deviendra plus tard le fondateur du Giornale, un homme que « seul son antiberlusconisme militant aura pu transformer en personnage de gauche », souligne non sans ironie Giovanni Cattabriga.

En 1949, Isabella Marincola est aussi l’une des mondine [repiqueuses] de Riz amer, un classique du néoréalisme italien. Le choix d’une actrice noire parmi des ouvrières agricoles venues de Lombardie et d’Émilie-Romagne est une façon pour le réalisateur communiste Giuseppe de Santis d’internationaliser le décor de cette lutte sociale et féministe, que  les chants populaires, à commencer par la première version de Bella Ciao, ont déjà fait connaître, ainsi que les tableaux du peintre divisionniste Angelo Morbelli. Ironie du sort, des générations d’Italiens auront vu ce film sans prêter attention à la couleur de peau de cet insolite personnage secondaire. Isabella retourne en Somalie en 1956, où sa mère l’attend toujours. Le pays est alors placé sous « l’administration fiduciaire italienne en Somalie », l’AFIS. Peu confiants, et pour cause, dans les vertus pédagogiques d’un colonisateur changé en professeur de démocratie, les Somaliens eux-mêmes la surnomment « Ancora Fascisti Italiani in Somalia » [encore les fascistes italiens en Somalie].

Isabella Marincola dans Riz Amer (1949) de Giuseppe de Santis.

De retour en Italie, Isabella Marincola se sépare de son mari, un journaliste atteint de jalousie maladive, qu’elle a épousé selon le rite musulman à l’ambassade du Pakistan à Rome, faute de pouvoir divorcer d’un premier mariage catholique. Elle rencontre alors un étudiant somalien, Mohamed Ahmed, déjà marié et père de cinq enfants, avec lequel elle retourne au début des années 1960 dans une Somalie nouvellement indépendante. De cette union naît Antar Mohamed qui, en 1983, choisit de vivre en Italie. Isabella est redevenue Timiro, son prénom somalien que ses papiers d’identité ont italianisé en Timira.

En janvier 1991, la plupart des ressortissants Italiens quittent la Somalie suite à la chute du dictateur Siad Barré, au pouvoir depuis 1969. Le même mois, le déclenchement de la première guerre du Golfe fait aussitôt oublier aux médias la tragique situation somalienne. En mai, Timira Hasan est la dernière Italienne à quitter Mogadiscio. Elle finit ses jours à Bologne où elle s’éteint en mars 2010.

Dans les dernières années de sa vie, Giovanni Cattabriga fait avec cette femme au destin et au tempérament hors-norme une série de longs entretiens d’où naît l’idée d’un roman à quatre mains avec son fils Antar Mohamed. Quelques chapitres en sont déjà écrits à la mort d’Isabella. Pour palier au vide de cette disparition inopinée, Giovanni Cattabriga écrit alors comme autant d’intermèdes quelques lettres à celle qui est devenue la protagoniste du livre, lui racontant l’évolution du monde dans les années 2010-2011.

La structure de ce roman de quelques 500 pages  fait preuve d’une grande maîtrise dans l’art de narration. Les documents écrits et les photographies alternent avec les récits à la première ou à la deuxième personne, les lettres de Giovanni et les souvenirs d’Antar, bousculant les repères temporels pour essayer de recomposer une vie marquée par le métissage, les ruptures et un deuil prématuré, un vertige tout entier contenu dans le beau proverbe somalien qui ouvre la deuxième partie du livre: « Un homme traîné par le courant s’accroche à l’écume » [Nin daad qaaday xumbo cuksay]. À l’instar de Léonard Vincent pour son reportage sur Les Érythréens (Paris, Rivages, 2011), Giovanni Cattabriga est parvenu par le seul biais de témoignages et de documents d’archives, d’images et de plans glanés sur la toile, à rendre l’atmosphère de Mogadiscio, une ville devenue matériellement inaccessible, au point de la rendre visible pour ceux de ses lecteurs qui l’ont connue avant la guerre civile. Au temps du Luther Blisset project, les futurs membres du collectif Wu Ming s’étaient déjà efforcés de rendre, explique Giovanni Cattabriga, « la Munster du 1525 en s’aidant simplement d’un plan d’époque médiévale et du journal d’un de ses habitants ». Aussi le nouveau roman s’ouvre-t-il par cette citation détournée du cinéaste John Landis: « Ceci est une histoire vraie… y compris les parties qui ne le sont pas. »

Brève présentation du collectif Wu Ming:

Le collectif Wu Ming est né en 2000 de la section bolognaise du Luther Blissett project -un rassemblement d’auteurs et activistes qui s’est rendu célèbre en Italie par ses canulars antimédiatiques et la publication du roman Q (en français L’Œil de Carafa, Paris, Le Seuil, 2000). Wu Ming est un mot chinois qui signifie « sans nom » ou « cinq noms ». Les cinq auteurs du groupe -quatre depuis le départ de Wu Ming 3 en 2008- écrivent ensemble ou séparément des fictions et des articles qui paraissent pour les unes aux éditions Einaudi, pour les autres sur le site de la Wu Ming foundation. Aucun d’entre eux n’accepte d’être filmé ou photographié, et si leurs véritables noms ne sont secrets pour personne, ils apparaissent en public sous ceux du collectif.

Plusieurs de leurs romans ont été traduits pour les éditions Métailié, par Serge Quadruppani et Leila Palhès. Quelques unes de leurs contributions en ligne sont accessibles en français sur Article 11 et depuis peu sur ce site.

En ce qui concerne la question postcoloniale en Italie, et tout particulièrement l’histoire récente de la Corne de l’Afrique (Érythrée, Éthiopie, Somalie), je renvoie le lecteur à la rubrique de ce site À l’ouest d’Aden.

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Timira, romanzo meticcio, intervista a Wu Ming 2, Parigi, Marcovaldo, 12 maggio 2013. http://dormirajamais.org/marcovaldo1/ http://dormirajamais.org/marcovaldo1/#comments Sun, 12 May 2013 16:07:37 +0000 dormirajamais http://dormirajamais.org/?p=9955  

Questa intervista è stata realizzata alla libreria-caffè Marcovaldo di Parigi, il 12 maggio 2013. Il romanzo Timira, opera di Wu Ming 2 e Antar Mohamed, edito in Italia da Einaudi nel 2012, uscirà in Francia presso le edizioni Métailié nella traduzione di Serge Quadruppani.

Olivier Favier: New Thing era un romanzo ambientato negli Stati Uniti, Guerra agli umani in un’Italia tra giallo e fantascienza, Stella del mattino in una Oxford del primo Novecento. Finalmente ora scegli la storia recente nell’Italia, in uno dei suoi aspetti più rimossi, più problematici, come ci ricorda la recente costruzione a 70 chilometri da Roma di un Mausoleo al criminale di guerra Rodolfo Graziani. Mi referisco ovviamente alla storia coloniale, al non rapporto dell’Italia con il suo passato e il conseguente disastro nella Somalia e nell’Eritrea di oggi. Il libro reca il sottotitolo « romanzo meticcio ». Vorrei che tu ci parlassi di questo necessario incrocio di culture nell’Italia del 2013, Italia diventata da vent’anni un grande paese di immigrazione, a seguito di un dopoguerra in cui, lasciate le colonie -eccetto l’amministrazione fiduciara in Somalia fino al 1960- il rapporto con le altre culture si faceva soprattutto tramite gli emigrati, il Vaticano e i legami ufficiali (e non) con gli Stati Uniti.

Risposta 1 – Wu Ming 2

OF: La protagonista del romanzo è Isabella Marincola, alias Timiro, spesso italianizzata in Timira: il romanzo appare meticcio già nel titolo. Prima di parlare di questo straordinario ritratto di donna, vorrei che ci soffermassimo un po’ sulla figura del fratello Giorgio, morto partigiano nell’ultima strage nazista perpetrata sul suolo italiano il 4 maggio 1945. Di lui si parlava già nella seconda edizione di Asce di guerra, nel 2005, non tradotto in francese, e anche nel libro Razza partigiana di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio del 2008. Da quest’ultimo libro è stato tratto un reading-spettacolo che hai realizzato nel 2010. Raccontaci un po’ di questo partigiano nero.

Risposta 2 – Wu Ming 2

OF: Isabella, la sorella minore di Giorgio, nasce nel 1925, della stessa unione illegittima tra un soldato italiano, Giuseppe Marincola, e una giovane somala, Ashkiro Hassan. Il soldato poi torna in Italia, i figli crescono insieme a quelli legittimi di una nuova coppia italiana, senza sapere nulla dell’identità della loro vera madre. Questi figli di coppia mista erano numerosi in questo periodo e anche nel dopoguerra, sia in Eritrea che in Somalia. Sono famiglie che hanno di recente dato i natali a qualche scrittrice importante, come Cristina Ali Farah, nata nel 1973, da un padre somalo e da una madre italiana- o Gabriella Ghermandi, nipote anche lei di un soldato italiano.

Risposta 3 – Wu Ming 2

OF: Isabella studia e cresce in seno alla grande cultura italiana. Frequenta scrittori, registi, scultori, artisti. Nel romanzo appare anche una terribile scena nella quale incontra un ex ufficiale dell’esercito italiano in Etiopia, il giornalista Indro Montanelli, che diventerà poi il fondatore del Giornale -i cui atteggiamenti dicono molto dei pregiudizi dell’epoca. Come hai fatto a restituirli? Grazie alle tue conversazioni con Isabella, e con il figlio Antar, coautore del libro, o c’è di mezzo anche anche un po di fantasia?

Risposta 4 – Wu Ming 2

OF: Dopo due matrimoni in Italia, Isabella si stabilisce in Somalia nei primi anni sessanta, poco dopo l’indipendenza. Nel 1991, il dittatore Siad Barre, amico del socialista italiano Bettino Craxi, che ritroveremo coinvolto nei guai dell’operazione Mani pulite, è rovesciato dal Somali National Movement del clan Issak. Morirà 4 anni dopo a Lagos, nel Nigeria, lasciando sprofondare il paese in una guerra civile non ancora finita, nonostante i miglioramenti visti di recente. Nel 2012, è infatti tornato un governo a Mogadiscio, insieme ad altre cose svanite da vent’anni, tra cui l’elettricità e le pulizie. Ma la stabilità politica è sempre minacciata dagli islamisti di Al-Shabaab che cercano di riconquistarsi il paese. Nel maggio 1991, Timira Hasan, alias Isabella Marincola, è l’ultima italiana a lasciare Mogadiscio. Comincia per lei l’ultima stagione di una vita ormai definitivamente italiana.

Risposta 5 – Wu Ming 2

OF: Isabella Marincola è morta nel 2010, prima dell’ultima stesura del libro. Nel romanzo, tu le scrivi per raccontarle cosa è successo nel mondo dopo la sua morte. L’anno scorso, ho avuto modo di intervistare un giovane docente, Matteo Guglielmo, autore di un libro di geopolitica dal titolo Somalia, ragioni storiche del conflitto (del 2008), a cui è seguito un libro dello stesso genere sul Corno d’Africa, uscito nel gennaio 2013. Solo alla fine 2012, ha potuto fare un viaggio in Somalia. Anche tu non hai avuto la possibilità di andarci. Penso di nuovo a Cristina Ali Farah, che ha scritto questo bellissimo romanzo sulla diaspora somala nel 2007, senza aver rivisto la Somalia dal 1991, o ancora, in Francia, al giornalista e scrittore Léonard Vincent, autore di un ottimo reportage letterario, Les Éryhtréens, realizzato senza aver potuto andare in Eritrea, ma grazie soltanto alle numerosissime testimonianze dei profughi. Di questo lavoro di fantasia necessario a restituire l’atmosfera di una città si parla molto chiaramente alla fine del tuo libro.

Risposta 6 – Wu Ming 2

Nel film Riso amaro del 1949, diretto da Giuseppe de Santis, si scopre un mondo che dalla fine dell’Ottocento, tramite i canti popolari come Bella ciao o i quadri di Giuseppe Morbelli, incarnava le lotte dei braccianti e delle donne. In questo film, appare una mondina nera, in modo poco realistico ma voluto da un regista militante nel partito comunista. Questa mondina è Isabella Marincola.

Giuseppe Morbelli, Per ottanta centesimi, 1895.

Domande del pubblico:

Intorno al materiale utilizzato per scrivere il libro:

Risposta 7 – Wu Ming 2

A proposito dello sguardo di Timira sull’Italia dell’ultimo ventennio in cui lei ha vissuto.

Risposta 8 – Wu Ming 2

Sull’approccio della scrittura collettiva.

Risposta 9 – Wu Ming 2

Sulla forma e-book.

Risposta 10 – Wu Ming 2

timira

 Breve presentazione del collettivo Wu Ming: 

Il collettivo Wu Ming è nato nel 2000 dalla sezione bolognese del Luther Blisset Project, durato dal 1994 al 1999. Del primo collettivo, più ampio perché sotto pseudonimo aperto, è stato pubblicato in Francia il romanzo Q, tradotto col titolo L’œil de Carafa (éditions du Seuil, 2001). Altri romanzi tradotti in francese sono stati pubblicati presso Métailié e sono opere del nuovo collettivo: si tratta di New Thing (Wu Ming 1, 2007) di Guerra agli umani (Guerre aux humains, Wu Ming 2, 2007), di Manituana (l’unico firmato dal collettivo come opera corale, 2009) e di Stella del mattino (Wu Ming 4, 2012). Eccetto che per l’ultimo libro -tradotto da Leila Pailhes- queste traduzioni sono opera di Serge Quadruppani, scrittore anche lui, che tradurrà anche il nuovo romanzo, scritto insieme a Antar Mohamed, sempre per le edizioni Métailié.

Partiti in cinque, sono rimasti in quattro dal 2008, da quando Wu Ming 3 ha lasciato il progetto. Wu Ming è una parola cinese che significa senza nome o cinque nomi. Insieme a questo lavoro letterario -ma non solo, perché si tratta anche di esplorazioni storiche, di elaborazioni o di critiche politiche- si sviluppa un lavoro molto importante su internet, col sito wumingfoundation.com, con testi originali in italiano e traduzioni in spagnolo e inglese. Alcune traduzioni francesi della loro attività online sono reperibili sul sito Article 11 -sempre colle traduzioni di Serge Quadruppani- e ognitanto anche su questo sito.

I loro nomi e cognomi non sono segreti, ma di solito non li usano nel loro lavoro pubblico -quindi la gente li conosce per lo più con i loro pseudonimi. Fino a qualche minuto prima dell’intervista, anche se ci eravamo scambiati qualche mail, avrei potuto incrociare Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2) per strada senza sapere chi fosse, poiché nessuno di loro accettta di diffondere fotografie su internet, in televisione o sulla stampa. Fra i loro referimenti politici troviamo quelli dell’operaismo italiano e del situazionismo francese.

 

Vedere anche il progetto À l’ouest d’Aden su questo sito (pagina in francese).

Grazie ad Alessandra Minio per la prezioza rilettura.

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